Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha acceso i riflettori sulla riforma costituzionale che tra poche settimane andrà al voto popolare. Durante la campagna elettorale ha sottolineato come questo intervento permetta alla politica di "recuperare il suo ruolo costituzionale", aggiungendo che anche l'opposizione ne trarrebbe beneficio se arrivasse al potere. Le parole del ministro disegnano chiaramente la vera posta in gioco: non è una riforma della giustizia in senso lato, bensì un intervento strutturale sull'organizzazione della magistratura e sui meccanismi che ne garantiscono l'autonomia.
Qualora il fronte del sì prevalesse alle urne, il quadro istituzionale subirebbe trasformazioni significative. La separazione definitiva tra magistrati giudicanti e pubblici ministeri comporterebbe lo smantellamento dell'attuale Consiglio Superiore della Magistratura e la creazione di due organismi paralleli. La composizione cambierebbe drasticamente: i rappresentanti scelti dalla magistratura non sarebbero più eletti dai colleghi, ma estratti casualmente da un bacino generale. I nomi designati dal parlamento, invece, verrebbero sorteggiati da liste predisposte dalla stessa assemblea legislativa. Così facendo, la politica manterrebbe il controllo sulle proprie nomine, mentre i magistrati perderebbero tale prerogativa. Entrambi i nuovi consigli vedrebbero erose le loro funzioni disciplinari, trasferite a una nuova alta corte disciplinare composta prevalentemente da giudici ma con una presidenza nominata dal capo dello stato o designata dalla politica.
Nordio ha però smascherato il vero obiettivo della riforma con una dichiarazione apparentemente scontata: l'intervento non modifica affatto l'efficienza della giustizia e non renderà i procedimenti più rapidi. Questa ammissione sembra contraddire la narrativa dei sostenitori della riforma, il ministro stesso incluso, che hanno presentato la separazione delle carriere come soluzione ai mali della magistratura. La realtà è che il provvedimento non tocca i meccanismi operativi della giustizia di fronte ai cittadini, concentrandosi esclusivamente sull'assetto organizzativo interno.
Lo spazio di intervento della riforma riguarda soltanto le norme costituzionali relative all'ordinamento giudiziario e in particolare quelle che disciplinano il Csm. Proprio su questo organo si gioca la partita principale: esso rappresenta lo strumento costituzionale attraverso il quale la magistratura preserva la propria indipendenza dagli altri due pilastri dello stato, governo e parlamento. Modificarne la composizione e le funzioni significa alterare delicati equilibri costruiti nel tempo per impedire interferenze politiche sui processi giudiziari.
Il referendum del 22 e 23 marzo rappresenta dunque un momento cruciale per il sistema italiano. Non si tratta di scegliere se la giustizia debba funzionare meglio o peggio, più velocemente o lentamente. I cittadini saranno chiamati a decidere se il governo e il parlamento devono avere una maggiore influenza su chi governa l'ordine giudiziario, oppure se questa autonomia deve rimanere nelle mani di magistrati e di meccanismi di controllo attualmente più equilibrati. Lo stesso Nordio ha chiarito: questa è una riforma sul potere, non su come la giustizia serve i cittadini.