A Roma opera dal 2016 un progetto artistico che sfida il dominio della comunicazione digitale ricorrendo a un mezzo tanto antico quanto efficace: il manifesto murale dipinto a mano. Il Collettivo Novecento, formato dal curatore e storico dell'arte Giovanni Argan (classe 1991), e dagli artisti Elia Novecento (1989) e Leonardo Crudi (1988), ha scelto di occupare lo spazio pubblico urbano come uno strumento per diffondere una "propaganda culturale" che non risponde a logiche commerciali né partigiane, ma alla necessità di riesumare narrazioni e figure artistiche relegate ai margini della memoria collettiva.
Il punto di partenza teorico del collettivo affonda le radici nella tradizione dell'agit-prop, il sistema di propaganda per l'agitazione che caratterizzò l'Unione Sovietica. Tuttavia, il gruppo romano ha consapevolmente aggiornato questo modello storico, liberandolo dalla nostalgia ideologica per trasformarlo in uno strumento contemporaneo di ricerca culturale. Ogni opera che compare sui muri capitolini non è una semplice riproduzione seriale, ma un manufatto unico realizzato interamente a mano, capace di interrompere il flusso quotidiano dei passanti per invitarli a scoprire vicende dimenticate o genealogie formali dei linguaggi artistici astratti.
Ciò che distingue l'operato di Novecento, Crudi e Argan è la consapevolezza di una dimensione propriamente politica della pratica artistica, pur senza aderire a una politica partigiana. Gli interventi nello spazio pubblico assumono una rilevanza civica perché ricuperano cultura ufficialmente esclusa o negletta, ridando visibilità a percorsi storici alternativi. In un contesto dove la pubblicità tradizionale ha progressivamente ceduto terreno alla comunicazione digitale, questi manifesti artigianali riconquistano una funzione comunicativa dello spazio urbano spesso resa invisibile dalla saturazione visiva contemporanea.
L'approccio del Collettivo Novecento racchiude in sé una scommessa più ampia sulla possibilità di fare "agitazione culturale" attraverso il coinvolgimento diretto con l'ambiente urbano. Non si tratta di una critica nostalgica al passato, bensì di una strategia attiva di ripensamento delle forme mediante cui la collettività può accedere a saperi e memorie altrimenti sottratti dalla narrazione dominante. La pittura murale, in questa prospettiva, diventa mezzo di democratizzazione della cultura, capace di raggiungere cittadini che non frequentano musei o spazi espositivi tradizionali.