Dopo il successo di 'La vita da grandi' che ha portato al cinema la rappresentazione autentica della disabilità, arriva nelle sale da giovedì un nuovo lungometraggio che continua a esplorare questo filone narrativo con una prospettiva inedita. 'Lo chiamava Rock & Roll', distribuito da Medusa e firmato dal regista Stefano Smeriglio, nasce dall'esperienza concreta di Federico Richard Villa, un personaggio che nella pellicola incarna se stesso in una storia dove realtà e finzione si intrecciano in modo affascinante.
Villa è un uomo nato nel 1986 che convive con l'atassia di Friedreich, una patologia neurodegenerativa che lo ha costretto sulla sedia a rotelle a soli diciotto anni. Nel corso degli anni ha trasformato questa condizione in una missione di sensibilizzazione, costruendosi online una comunità significativa di persone con disabilità che lo seguono sui social media. Autodefinitosi 'sitting blogger', condivide con i suoi follower racconti di viaggi, esperienze di vita e suggerimenti pratici legati alla mobilità e all'autonomia personale, facendo della propria disabilità non un ostacolo, ma un punto di partenza per esplorare il mondo.
La trama del film si articola intorno all'incontro tra due figure complementari: Mauro, interpretato da Andrea Montovoli, un campione di surf che dopo un grave incidente si ritrova costretto a un lungo percorso riabilitativo, e Federico, un giovane dotato di un'energia vitale straordinaria nonostante la malattia. Dalla loro conoscenza nasce un'amicizia sincera che spinge i due a intraprendere un viaggio impetuoso, una fuga dalla monotonia quotidiana alla ricerca di libertà, identità personale e riscatto esistenziale. Il regista ha voluto richiamare simbolicamente il viaggio dantesco tra Dante e Virgilio, un'odissea interiore attraverso le proprie paure verso una consapevolezza rinnovata.
Una scelta comunicativa particolarmente significativa riguarda la distribuzione del film: la produzione ha deciso di realizzare una versione unica completamente sottotitolata, eliminando la tradizionale divisione tra versione standard e versione accessibile. Non esistono quindi due prodotti diversi per pubblici diversi, ma un unico film concepito sin dall'origine per essere condiviso collettivamente. Questa decisione riflette filosoficamente l'intento profondo del progetto: trasformare le differenze da elemento di separazione a componente naturale di un'esperienza comune.
Secondo le dichiarazioni di Smeriglio, il lungometraggio affronta temi che vanno oltre la semplice rappresentazione della disabilità. 'Il film esplora come le persone comunemente considerate abili vivano spesso dentro confini invisibili ben più stringenti rispetto ai limiti fisici', ha spiegato il regista. 'Il cammino dei protagonisti rappresenta un attraversamento delle paure personali che conduce a una rinascita consapevole. Non cambieranno solo i due personaggi: anche chi guarda il film viaggerà attraverso questa trasformazione'. Un messaggio potente che amplia lo sguardo sul significato contemporaneo di inclusione e libertà.