La Biennale di Venezia 2026 segna un momento storico senza precedenti. Per la prima volta dal 1895, anno dell'inaugurazione della Mostra Internazionale d'Arte, l'Italia non compare tra gli artisti selezionati per la mostra centrale. Gli invitati sono 111, provenienti da varie latitudini del mondo, ma nessuno dal nostro Paese. Un'esclusione che non ha eguali negli ultimi 131 anni di storia della manifestazione lagunare, che rappresenta uno dei principali termometri dello stato di salute dell'arte contemporanea globale.
Non si tratta però di un fulmine a ciel sereno. Nel 1999, il curatore Harald Szeemann aveva già tentato un'operazione analoga, negando inizialmente l'esistenza stessa del Padiglione Italiano, per poi ripristinarlo virtualmente con una selezione di cinque artiste donne a cui attribuì persino un Leone d'Oro. Quell'episodio rappresentò il primo vero attacco alla tradizionale presenza italiana in Biennale. Un'indagine presso l'ASAC, l'archivio storico della manifestazione, rivela come negli ultimi cent'anni il ruolo curatoriale sia stato dominato da professionisti italiani fino al 1993, mentre il dopoguerra abbia visto una massiccia partecipazione di artisti nostrani alle varie edizioni.
Ma cosa è realmente accaduto? Secondo gli analisti del settore, la risposta risiede nella trasformazione geopolitica globale. L'evoluzione dei rapporti di forza internazionali ha inevitabilmente marginalizzato il ruolo dell'Italia in pressoché ogni ambito, sebbene il nostro tessuto manifatturiero continui miracolosamente a mantenersi competitivo. L'arte contemporanea non sfugge a questa dinamica: è possibile tracciare un parallelismo quasi perfetto tra il peso geopolitico di un'area geografica e la rappresentanza dei suoi artisti alla Biennale. Nel corso dei decenni, specialmente dal 1948 in poi, il numero di nazioni presenti alla manifestazione è cresciuto progressivamente.
Oggi il panorama del contemporaneo vede l'Italia progressivamente relegata a una posizione periferica, mentre emergono con forza gli artisti di altre regioni: il Centro e Sud America, il mondo arabo, tutta l'Africa dalle grandi metropoli come Johannesburg, Dakar e Nairobi fino alle capitali minori, e soprattutto l'Asia con scene artistiche pulsanti in India, Thailandia, Vietnam, Australia e Nuova Zelanda. Questi artisti beneficiano del supporto di istituzioni e mercati occidentali consolidati, che hanno progressivamente ri-orientato i loro investimenti e il loro interesse critico verso queste aree emergenti. La Biennale di Venezia, in questo senso, fotografa una realtà più ampia: il declino della narrazione artistica italiana nel contesto internazionale.
La questione solleva interrogativi complessi non solo dal punto di vista artistico e culturale, ma anche economico e sistemico. Chi difende effettivamente gli interessi degli artisti italiani nel contesto mondiale? Quale ruolo dovrebbero giocare le istituzioni, le gallerie e i critici per contrastare questa marginalizzazione? L'assenza totale dalla manifestazione veneziana rappresenta un campanello d'allarme che non può essere ignorato dal sistema dell'arte italiano, messo di fronte a una sfida epocale di riposizionamento globale.