Prosegue a Firenze il ciclo di appuntamenti dedicati al contributo della comunità afrodiscendente nella società contemporanea. Il Black History Month Florence, progetto nato nel 2014 da un'idea di Justin Randolph Thompson e Janine Gaëlle Dieudji, raggiunge quest'anno la sua undicesima edizione presso il MAD – Murate Art District, diretto da Valentina Gensini. L'iniziativa rappresenta una riflessione consapevole sui legami storici e culturali che uniscono Firenze alla tradizione americana, trasformando il capoluogo toscano in uno spazio di dialogo e ricerca.
L'edizione 2026 si intitola "Common Time", una formula che evoca il concetto di memoria condivisa che trascende i periodi storici. Realizzata in partnership con l'Accademia Americana a Roma, la rassegna accoglie i lavori di due borsisti della prestigiosa istituzione e propone una riflessione approfondita sulla figura dello scrittore e intellettuale William Demby, protagonista del dibattito culturale internazionale. Le tre mostre si sviluppano verticalmente all'interno dello spazio espositivo, dal pianoterra fino alle ex celle del carcere fiorentino al primo piano.
In primo piano figura l'artista e performer T.J. Dedeaux-Norris, nata a Guam e cresciuta in Mississippi, che opera anche sotto gli pseudonimi Tameka Jenean Morris e Meka Jean. La sua installazione al pianoterra esplora l'identità del corpo nero e queer attraverso una serie di opere su carta create durante la residenza romana. I corpi raffigurati, prevalentemente nudi ed esposti, dialogano con simboli storici del potere maschile, politico e religioso. Secondo le parole stesse dell'artista, gli spazi sacri di Roma – catacombe, anfiteatri e chiese – hanno ispirato una ricerca viscerale su martirio, resistenza spirituale e il significato del Sogno Americano. "La convergenza della mia narrazione personale con le storie delle Sante Perpetua e Felicita crea una cornice per esaminare morte, rinascita e il perseguimento del Sogno Americano", dichiara Dedeaux-Norris. L'installazione si completa con un murale che avvolge le pareti interne della sala e uno spazio dedicato a "The Emergence Room", il podcast prodotto dall'artista con Jason Šimánek, che affronta questioni di arte, cura curatoriale e processi di emancipazione culturale.
L'articolo continua con le descrizioni delle altre due mostre che completano l'undicesima edizione del festival fiorentino, confermando l'impegno del MAD nel promuovere voci afrodiasporiche spesso marginalizzate nei circuiti espositivi tradizionali.