L'Enciclopedia Treccani ha pubblicato un'indagine approfondita sul Gabibbo, il celebre personaggio televisivo creato da Antonio Ricci per il programma Striscia la Notizia su Mediaset. L'analisi firma Giovanni Padua offre una lettura sociologica affascinante di questa figura, tracciandone le origini e l'evoluzione nel panorama della televisione italiana. Il nome "Gabibbo" deriva da "Habibi", termine eritreo frequente nel porto di Massaua, che i marinai genovesi avrebbero adattato nel dialetto locale come "Gabibbu", da cui la creazione ricciana.

Secondo Treccani, il personaggio rappresenta molto più di un semplice buffone televisivo. Si configura piuttosto come uno "strumento di sabotaggio superficiale", un briccone completamente integrato nelle logiche del palinsesto. La sua caratterizzazione fisica grottesca, il linguaggio deformato e il cosiddetto "grammelot barbaro" non sono casuali, ma funzionali a una televisione che simultaneamente propone e svuota il moralismo nazionale, riducendolo a gesto meccanico privo di profondità. Attraverso la voce e i gestismi del personaggio, Ricci ha costruito uno stereotipo che coincide perfettamente con la propria parodia.

L'analisi dell'enciclopedia individua una trasformazione radicale nella funzione del Gabibbo rispetto alle maschere tradizionali della commedia dell'arte. Se l'Arlecchino storico rappresentava il servo che sbeffeggiava il padrone durante il Carnevale, il Gabibbo incarna un "Arlecchino postindustriale" che non derride il potere esterno ma finisce per assimilarne le strutture. Non è più una voce dissidente, ma una figura che restituisce l'immagine di un pubblico indignato, moralistico e fundamentalmente impotente dinanzi ai meccanismi del sistema.

Lo stesso Ricci aveva precedentemente descritto il suo creato come "un essere abietto, il populista più ripugnante, un pupazzo ignobile". Questa autodefinizione acquista ancora più significato alla luce dell'analisi di Treccani: il Gabibbo rappresenterebbe il servo divenuto re, il Pulcinella trasformato in funzionario pubblico, intrappolato in un dibattito televisivo permanente senza mai riuscire a uscirne.

La Treccani conclude sottolineando come Ricci abbia consapevolmente colto l'orizzonte della realtà televisiva moderna, influenzato dalla scenografia del Truman Show statunitense. Il testamento che la sua opera lascia è disilluso: non esistono format realmente rivoluzionari. La televisione è strutturalmente destinata a creare consenso e consolidare strutture, non a destituirle. Non può generare processi storici autentici, al massimo può amplificarli sino all'esasperazione, fino al loro definitivo esaurimento.