Donald Trump ha sorpreso il mondo con un annuncio fatto attraverso i social media il 14 marzo: chiede a nazioni come Francia, Regno Unito e Cina di schierare unità navali nello Stretto di Hormuz per mantenere aperta una via marittima cruciale. La mossa arriva in seguito al blocco del passaggio, un corridoio attraverso il quale transita circa il 25% del petrolio mondiale e innumerevoli altre merci destinate ai mercati globali. Lo stallo ha già innescato una crisi economica internazionale con effetti che rischiano di amplificarsi.

L'invito trumpiano non è casuale: contiene una duplice intenzione. Da un lato, c'è una dimensione politica evidente. I paesi interpellati subiscono danno dalla chiusura dello stretto, eppure rifuggono dall'idea di scendere in campo militare accanto a Washington e Israele, soprattutto considerando che tale conflitto procede senza fondamenti legali internazionali riconosciuti. Basta pensare alla Cina: dipende fortemente dal petrolio iraniano, quindi partecipare a un'operazione americana sarebbe totalmente contraddittorio con i suoi interessi strategici.

Anche l'Europa si ritrova in una posizione scomoda. La Francia, che ha già dislocato il portaerei Charles de Gaulle e altre unità nel Mediterraneo orientale e nell'Oceano Indiano, non ha ancora risposto pubblicamente all'appello di Trump. Parigi ha invece proposto di organizzare un'operazione autonoma europea per garantire la libertà di navigazione nello stretto, un piano da discutere durante il vertice ministeriale dei 16 marzo a Bruxelles. Il dilemma è spinoso: differenziare un'iniziativa europea pura da una de facto partecipazione alla guerra è una linea sottilissima da tracciare. Londra e Roma si trovano nella medesima situazione: nessuno di loro voleva entrare in un conflitto non concordato precedentemente, e ancora meno lo desidera oggi.

L'analisi suggerisce che il post trumpiano rappresenta un tentativo di forzare la mano agli alleati occidentali. Nel migliore dei casi si tratta di diplomazia goffa e controproducente; nel peggiore, di una mossa calcolata per trascinare l'Europa in una guerra che non ha scelto. Trump, storicamente, ha abituato il mondo alle sue comunicazioni ufficiali via social network: la sua portavoce stessa ha confermato che gli annunci sui suoi account indicano effettivamente la direzione della politica presidenziale. Per questo motivo, le sue parole vanno prese con massima serietà.

La questione rimane aperta: riusciranno Parigi, Londra e Roma a trovare una via d'uscita che protegga i commerci marittimi senza comprometterli ulteriormente in una guerra regionale? E come reagiranno Washington e Tel Aviv a un eventuale progetto europeo indipendente? Le prossime settimane saranno determinanti per capire se l'Europa riuscirà a mantenere una certa autonomia o se finirà risucchiata nella dinamica conflittuale americana.