Il Como sta per compiere un'impresa che sembrava impossibile solo ventiquattro mesi fa. La squadra lariana, oggi in quarta posizione con un vantaggio di un punto sulla Juventus e tre sulla Roma, potrebbe tornare in Champions League per la prima volta in due decenni. Un risultato straordinario considerando che cinque anni fa militava ancora in Serie C e appena due stagioni orsono era impegnata in Serie B.
È vero che dietro questa ascesa fulminea ci sono i miliardi della famiglia Hartono, tra gli uomini più facoltosi del pianeta. L'investimento complessivo della proprietà indonesiana supera i 300 milioni di euro, con passivi di oltre 100 milioni solo nell'ultimo bilancio annuale. Senza una tale disponibilità finanziaria, la risalita non sarebbe stata possibile. Eppure, ridurre il fenomeno Como a una questione di denaro significa perdere di vista l'aspetto più interessante di questa storia.
Ciò che emerge dall'analisi della stagione è la solidità di un progetto organizzato. Cesc Fabregas, spesso criticato per il suo approccio tattico incentrato sul possesso palla e sul gioco propositivo, ha plasmato una squadra capace di battere i migliori del campionato. Tra gli scalpi figurano Juventus, Roma, Napoli e il Milan, avversari di tutt'altra caratura rispetto alla rosa comasca. Ha inoltre inflitto lezioni significative ai principali allenatori italiani come Allegri, Spalletti e Gasperini, riconosciuti come maestri della panchina nazionale.
Per quanto concerne gli acquisti, sebbene il Como abbia speso cifre considerevoli, non ha mai affrontato esborsi nel range dei 40-50 milioni per un singolo giocatore, come hanno fatto i top club della Serie A negli ultimi anni. L'eccezione è rappresentata da Nico Paz e dal difensore Ramón, arrivati dal Real Madrid grazie a canali privilegiati e a condizioni particolari. Una gestione intelligente del mercato, insomma, abbinata a uno scouting efficace e a scelte tattiche precise: ecco la vera ricetta del successo lariano.