La cerimonia degli Academy Awards si trasforma in campo di battaglia politico dopo i commenti di Jimmy Kimmel sulla First Lady Melania Trump. Il conduttore, storico critico dell'amministrazione Trump e già coinvolto in controversie recenti con la rete che lo ospita, non ha risparmiato frecce durante la presentazione dei premi per i documentari, riferendosi ironicamente al film sulla moglie del presidente come uno dei titoli meno memorabili della stagione cinematografica.
La reazione dalla Casa Bianca non tarda ad arrivare. Steven Cheung, direttore delle comunicazioni presidenziali, risponde duramente via social media, definendo Kimmel un personaggio privo di dignità che utilizza il palco per sfogare frustrazioni personali, trovando consenso soltanto negli ambienti hollywoodiani più elitari. Le tensioni tra il comico e l'entourage Trump hanno radici profonde, alimentate da anni di battute e critiche reciproche.
Nel frattempo, il documentario in questione, finanziato da Amazon con un investimento di 75 milioni di dollari, rimane senza nomination agli Oscar, una scelta che secondo alcuni potrebbe alimentare ulteriormente il malcontento dalla parte trumpiana. La battuta di Kimmel, che accostava il film sulla First Lady ai vampire movie della stagione, colpisce nel punto più sensibile: l'assenza di riconoscimenti per Melania.
A fare più rumore politico è però il discorso dal palco del regista David Borenstein, vincitore per il miglior documentario con "Mr. Nobody Against Putin", che affronta la propaganda di regime nelle scuole russe. Nel discorso di accettazione, Borenstein compie un parallelo scomodo, avvertendo che negli Stati Uniti i processi di erosione democratica procedono più rapidamente di quanto non abbiano fatto in Russia agli albori del regime putiniano. Nel backstage successivamente aggiunge considerazioni ancora più taglienti, suggerendo che il film riflette "come una nazione si perde attraverso infinite piccole compromissioni".
Bardem, attore spagnolo noto per le sue posizioni progressiste, scende in campo con uno striscione "Free Palestine" al collo, aggiungendo la denuncia di una "guerra illegale" attribuita a Trump e Netanyahu. Ricorda sul tappeto rosso la sua protesta del 2003 contro l'invasione dell'Iraq, tracciando paralleli con i conflitti attuali. A differenza delle edizioni passate caratterizzate dal movimento #MeToo con massiccia presenza di spille di protesta, questa volta gli messaggi politici rimangono contenuti, con poche eccezioni notevoli come quella della costumista Malgosia Turkzanska.