Nel giorno della consultazione referendaria sulla riforma della giustizia, gli italiani sono chiamati alle urne per due giorni consecutivi. Una scelta ragionevole secondo l'analisi del giornalista Tommaso Cerno, considerato che la democrazia merita serietà e i cittadini hanno numerosi impegni. Tuttavia, emerge una criticità significativa: la circolazione incontrollata di foto al seggio con la scheda, pratica che violerebbe le norme, con alcuni episodi segnalati in cui le immagini sarebbero state utilizzate anche per sollecitazioni di voto secondo determinati orientamenti.

Ciò che preoccupa maggiormente gli osservatori del sistema mediatico è la corsa frenetica a indovinare l'esito prima della comunicazione ufficiale. Già dalle prime ore di lunedì mattina, dopo i dati sull'affluenza rivelatisi più incoraggianti del previsto, ha preso il via una competizione tra esperti, analisti e sedicenti insider per anticipare il risultato. Sondaggi non verificati, soffiature da fonti anonime che millantano conoscenze privilegiate, interpretazioni esagerate dei flussi di voto: il panorama informativo si è trasformato in un terreno dove ogni affermazione, per quanto priva di fondamento, genera conseguenze a catena.

Cerno paragona questo meccanismo al celebre film 'Destinazione Piovarolo' con Totò, dove un piccolo sassolino sui binari si trasforma progressivamente in una frana incontrollabile. Ogni tweet, ogni messaggio WhatsApp contenente una presunta verità sull'esito referendario si propaga a velocità vertiginosa, travolgendo sia la classe politica che quella mediatica. Contatti dormienti da anni riemergeranno per comunicare la loro certezza sul risultato finale.

Ma il verdetto autentico, sottolinea il giornalista, spetta esclusivamente agli elettori italiani. Il risultato definitivo sarà noto soltanto stasera, nel momento previsto per lo spoglio ufficiale. Una prassi consolidata dalle origini delle democrazie moderne, dal memorabile referendum che scelse tra monarchia e Repubblica fino ai giorni nostri. Non vi è ragione logica per accelerare arbitrariamente l'attesa, come invece il ciclo mediatico contemporaneo vorrebbe imporre.