Uno scambio acceso ha turbato l'atmosfera festaiola dietro le quinte della cerimonia degli Oscar dello scorso 23 marzo. Al party organizzato da Vanity Fair a Los Angeles, il drammaturgo statunitense Jeremy O. Harris ha rivolto accuse pesanti a Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, affermando che avesse "venduto l'anima al diavolo". Lo scontro si è consumato alla presenza di numerose personalità del cinema e della cultura, tra cui Timothée Chalamet, Kylie Jenner, Jane Fonda e Jeff Bezos. La cronaca dell'episodio è stata riportata dalla giornalista Maureen Dowd sul New York Times.

Harris ha concentrato gli attacchi sui legami tra OpenAI e il Dipartimento della Difesa americano, sottolineando come l'azienda abbia disatteso la sua originaria missione no-profit. L'accusatore ha inoltre fatto riferimento a figure come Dario Amodei, suggerendo un tradimento dei valori fondanti della società. Altman, colto inizialmente di sorpresa, ha tentato dapprima di evitare uno scontro diretto, per poi rispondere difendendo le proprie decisioni con argomentazioni prevalentemente tecniche. I testimoni presenti hanno descritto l'interazione meno come un dibattito costruttivo e più come un'accusa formale.

Le parole successive di Harris hanno chiarito ulteriormente la sua posizione, raggiungendo toni ancora più severi. "Permettere consapevolmente che una tecnologia rischiosa venga diffusa nella società costituisce un male in sé", ha dichiarato il drammaturgo. Ancora più diretto l'affondo finale: "Non comprendo come tu possa vivere serenamente sapendo di aver appena fornito il tuo strumento a un'istituzione che si chiama Dipartimento della Guerra, che ha da poco provocato 175 decessi".

Queste vicende acquistano significato più profondo se considerate nel contesto della cultura contemporanea americana. Il parallelo con il dramma teatrale "Data" di Matthew Libby risulta illuminante: un testo risalente a un'epoca antecedente al dibattito pubblico sull'intelligenza artificiale, che narrava le tensioni interne di uno sviluppatore confrontato con dilemmi etici attorno a sistemi di monitoraggio statale. Oggi quel copione appare straordinariamente profetico.

L'episodio rappresenta dunque qualcosa di più di un semplice contrasto personale tra due figure pubbliche. Riflette una richiesta sempre più insistente provenienti dalle comunità culturali e intellettuali statunitensi: coloro che detengono il potere di modellare il futuro tecnologico devono assumersi responsabilità concrete riguardo alle conseguenze delle loro scelte. Harris ha concluso affermando che i protagonisti di queste decisioni "stanno erodendo le fondamenta stesse su cui poggia la nostra società", trasformando un momento di festa in un momento di denuncia civile.