Valentina Speziale, 39 anni originaria di Pescara, ha ottenuto una vittoria processuale in apparenza piena ma con un amaro strascico. La donna è stata definitivamente assolta dall'accusa di militare nel gruppo delle Fai-Fri, l'organizzazione anarco-insurrezionalista legata ad Alfredo Cospito. Tuttavia, la Corte di Cassazione ha confermato la decisione della Corte d'appello di Torino di negarle qualsiasi compenso per i quasi tre anni passati privata della libertà.

Speziale rimase in carcere dal settembre 2016 fino a dicembre 2017, per poi trascorrere altri dici mesi agli arresti domiciliari. Solo nell'aprile 2019 la Corte di assise del capoluogo piemontese decretò la sua innocenza. Nonostante l'esito favorevole, i giudici hanno ritenuto di non concederle il risarcimento destinato alle vittime di incarcerazione ingiustificata.

La motivazione addotta dai magistrati risulta controversa. La Corte d'appello ha ammesso che non emerse alcuna prova concreta del coinvolgimento della donna nell'associazione terroristica, eppure ha sottolineato come le sue «frequentazioni ambigue» negli ambienti anarco-insurrezionalisti fossero state ragionevolmente interpretate dagli investigatori, al momento del loro lavoro, come «indicatori di colpevolezza». In altre parole, le indagini erano basate su sospetti piuttosto che su evidenze documentali.

Gli elementi su cui si era costruita l'accusa includevano una serie di incontri ritenuti sospetti tra Speziale, suo marito e componenti del gruppo, uno dei quali avvenuto su una spiaggia di Pescara nel 2012. Inoltre, in una intercettazione ambientale del 2015, la donna comparve durante una conversazione in cui si discusse della scarsità di militanti disponibili per azioni dirette, con riferimento al ferimento del numero due dell'organizzazione. Speziale aveva inoltre sottoscritto nel 2015 un comunicato di solidarietà verso alcuni compagni arrestati.

Il caso rappresenta un paradosso della giustizia italiana: una persona viene scagionata dalle accuse ma non può ricevere un indennizzo per aver subito una privazione della libertà, poiché il tribunale ritiene che le autorità investigative avessero «ragionevoli motivi» per sospettarla, sebbene questi motivi non si siano poi concretizzati in prove. La decisione, confermata in cassazione, lascia aperte questioni delicate circa il bilanciamento tra le garanzie procedurali e il diritto al risarcimento nei casi di errore giudiziario.