La sconfitta è arrivata rapida e inequivocabile. Mentre gli scrutini iniziavano a disegnare un quadro sempre più sfavorevole ai promotori della riforma della giustizia voluta dall'esecutivo, il fronte del Sì si è trovato a gestire una realtà impietosa: la forbice a favore del No si allargava minuto dopo minuto sui teleschermi. Nonostante il risultato deludente, i leader dei comitati referendari hanno preferito non soffermarsi sui rimpianti, concentrandosi invece sulla validazione dello sforzo profuso durante la campagna elettorale.
Nicolò Zanon, presidente del comitato Sì Riforma, ha sottolineato come "l'impegno sia stato massimale" e ha respinto qualsiasi autocritica sulla strategia comunicativa, pur riconoscendo che sono stati utilizzati messaggi non sempre corretti. Ha però evidenziato come i dati sull'affluenza testimonino una partecipazione effettiva dei cittadini al voto. Secondo l'analisi dei promotori, la sconfitta avrebbe radici strutturali nella dinamica referendaria stessa: Francesco Petrelli, presidente del Comitato delle Camere Penali, ha identificato nella "contrapposizione polarizzata tra governo e opposizione" uno dei principali ostacoli al successo del Sì, sostenendo che il dibattito si sia ridotto a slogan contro la complessità della riforma.
Particolarmente critica la posizione di Petrelli nei confronti della magistratura organizzata, che secondo lui avrebbe oltrepassato i confini della propria funzione istituzionale. L'Anm, osserva, ha fondato un proprio comitato referendario, rappresentando quello che Petrelli definisce "un traboccamento della magistratura al di fuori della sua vocazione di imparzialità". Gian Domenico Caiazza, presidente del Comitato Sì Separa, ha invece accusato il fronte opposto di avere condotto una "massiccia campagna di mistificazione e disinformazione" che ha trasformato il confronto tecnico su questioni di giustizia in uno scontro puramente politico.
Malgrado l'esito referendario, i sostenitori della riforma continuano a rivendicare l'urgenza di affrontare i problemi strutturali del sistema giudiziario italiano. Secondo loro, il voto di oggi non chiude il capitolo delle disfunzioni che affliggono la giustizia da decenni. Rimane sul tavolo, sostengono, la necessità di intervenire sulla chiarezza dei ruoli all'interno dell'apparato giudiziario, sul ripristino della percezione di terzietà del giudice e sul rafforzamento della fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
No a parte, diversi esponenti del fronte perdente hanno lanciato un appello per l'avvio di un dialogo costruttivo che consenta di avviare "un grande cantiere per le riforme della giustizia". L'intento dichiarato è quello di portare avanti questo processo "nell'interesse di tutti i cittadini", includendo anche coloro che hanno votato contro la proposta, ritenendola insufficiente per le esigenze di cambio del sistema. Tuttavia, questo proposito dovrà necessariamente confrontarsi con le profonde lacerazioni lasciate da una campagna particolarmente aspra.