Stefano Ceccanti, costituzionalista di orientamento democratico e sostenitore del sì al referendum sulla giustizia, non si mostra sorpreso dal risultato negativo, ma non cela l'amarezza per un'occasione mancata. In un'analisi affidata all'ANSA, il giurista attribuisce il fallimento della riforma principalmente agli errori comunicativi della coalizione di centrodestra, che avrebbe dovuto guidare la campagna referendaria.
Secondo Ceccanti, una porzione rilevante della maggioranza di governo era mossa da istanze giustizialiste di fondo, il che le ha impedito di illustrare adeguatamente i contenuti della proposta. "La comunicazione schizofrenica di alcuni partiti della coalizione ha generato un flusso di voti contrari provenienti proprio dal loro bacino elettorale", spiega. Alcuni elettori di centrodestra si sono astenuti, altri hanno optato direttamente per il no, annullando così il possibile apporto dei voti provenienti dalla sinistra liberale. Gli errori strategici e gli incidenti istituzionali hanno giocato un ruolo cruciale nel disorientare anche una parte del proprio elettorato.
Il costituzionalista ricorda che la sfida non era banale: spiegare una riforma giudiziaria complessa a un'opinione pubblica non sempre attenta. Tuttavia, prosegue, il modo prescelto da diversi esponenti di governo – caratterizzato da messaggi contraddittori e spostamenti dell'asse su questioni relative al rapporto fra politica e magistratura – ha vanificato il potenziale della campagna. "Non è questione di singoli episodi, ma di un'evoluzione complessiva verso posizioni giustizialiste", precisa Ceccanti.
Per il giurista, questa sconfitta rappresenta un'occasione persa per modernizzare un sistema giudiziario che necessitava di riforme strutturali. Ceccanti ribadisce come la sua associazione Libertà Eguale, fondata nel 1999 – lo stesso anno della riforma costituzionale sul giusto processo – non potesse far mancare il proprio sostegno a una proposta in linea con i principi del garantismo liberale. "In politica alcune convinzioni di fondo devono prevalere su appartenenze e convenienze personali", sottolinea.
Riguardo all'affluenza record che ha superato il 58%, Ceccanti offre una spiegazione strutturale: l'assenza del quorum rende ogni astensione un voto strategicamente decisivo, innalzando la partecipazione su quesiti che dividono l'opinione pubblica lungo linee maggioranza-opposizione. Analoga dinamica si è registrata nei referendum di Berlusconi nel 2006 e di Renzi nel 2016. Al contrario, su questioni meno polarizzate – come il referendum sul Titolo V nel 2001 o quello sul taglio dei parlamentari nel 2020 – l'affluenza è rimasta inferiore.
Malgrado il risultato compatti la sinistra e rilanc le primarie, Ceccanti mantiene un atteggiamento cauto: "Vincere un referendum è più semplice che presentarsi alle elezioni politiche con un programma credibile". Una riflessione che punta a sottolineare come il consensus su questioni specifiche non si traduca automaticamente in consenso elettorale più ampio.