Carlo Nordio non intende gettare la spugna. A distanza di poche ore dal referendum sfavorevole sulla riforma della giustizia, il ministro ha chiarito con fermezza che resterà al suo incarico, rispondendo negativamente a chi gli chiedeva se considerasse opportune le dimissioni. In un'intervista al Corriere della Sera, il Guardasigilli ha inquadrato la sconfitta elettorale come parte naturale della vita politica, ricordando precedenti illustri come quello di Winston Churchill dopo la Seconda guerra mondiale.

Interrogato dal Foglio, Nordio non ha evitato di assumersi pienamente la responsabilità dell'esito negativo. «Sì, ho perso io», ha ammesso senza giri di parole, sottolineando che non cerca scuse o capri espiatori per spiegare il verdetto popolare. Ha evidenziato come la riforma fosse frutto della sua convinzione personale e del massimo impegno profuso, ma il corpo elettorale ha deciso diversamente. «Era una battaglia in cui credevo e l'abbiamo persa perché il popolo invece non ci ha creduto», ha concluso, dimostrando una certa capacità di accettazione del risultato.

Guardando al futuro, Nordio ha già tracciato una nuova agenda di priorità. Ha annunciato che l'attenzione si concentrerà sull'efficienza complessiva dell'apparato giudiziario, con particolare focus sui concorsi destinati ai magistrati per completare l'organico e sulla stabilizzazione del personale finanziato dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Con una vena di pragmatismo, il ministro ha osservato che la sconfitta referendaria, paradossalmente, libera risorse che sarebbero altrimenti assorbite dalla redazione dei decreti attuativi.

Riguardo alle tensioni emerse durante la campagna referendaria, in particolare i casi che hanno coinvolto gli esponenti governativi Bartolozzi e Delmastro, Nordio ha assicurato la stabilità della sua squadra ministeriale, escludendo riassetti. Ha respinto la narrazione secondo cui le critiche rivoltesi contro di lui avrebbero influenzato l'esito del voto, notando come entrambi gli schieramenti abbiano utilizzato toni accesi. L'unico punto che lo ha toccato personalmente è stato il riferimento alla definizione del Consiglio superiore della magistratura come «sistema paramafioso»: una formulazione che, ha chiarito, non gli appartiene ma era una citazione del procuratore Nino Di Matteo.

Il sottosegretario Fazzolari aveva ipotizzato che la sconfitta comporterebbe un'azione più incisiva della magistratura rispetto agli indirizzi politici. Nordio ha confermato parzialmente questa lettura, affermando che i margini di intervento parlamentare si restrinsgeranno in alcuni settori, con particolare riferimento alla materia dell'immigrazione. Nonostante il referendum sfavorevole, il ministro appare determinato a continuare la sua opera riformatrice su fronti alternativi, ribadendo che la compagine ministeriale rimane coesa nel proseguire l'azione di governo.