Il referendum sulla riforma della giustizia ha messo in luce un fenomeno inquietante per i partiti che l'hanno sostenuto: la base elettorale non sempre ha seguito le direttive dei vertici. Secondo uno studio condotto da Youtrend per SkyTg24, le defezioni sono state particolarmente significative nel cosiddetto terzopolismo, che aveva fatto della giustizia uno dei suoi cavalli di battaglia.

Forza Italia e Noi Moderati, il partito che più di tutti ha spinto per la separazione delle carriere come realizzo del sogno berlusconiano, hanno registrato risultati deludenti. Il 16 per cento dei suoi elettori ha votato contro la riforma e il 12 per cento si è astenuto, per un totale di quasi uno su quattro che non ha appoggiato la bandiera politica del partito. L'analista Lorenzo Pregliasco ha interpretato questo dato come un segnale di una platea moderata e urbanizzata che, pur non ostile al provvedimento in sé, ha voluto frenare quello che percepisce come un rischio di concentrazione eccessiva del potere.

Ancora più critica la situazione in Azione. Carlo Calenda aveva schierato il suo partito chiaramente per il Sì, ma ha dovuto constatare che il 32 per cento della sua base ha votato No e un altro 20 per cento si è semplicemente astenuto. Ancor peggio per Più Europa e Italia Viva: il 60 per cento dei loro sostenitori ha rigettato la riforma, con il 18 per cento che ha preferito non partecipare al voto. Pure la Lega non è uscita indenne: il 14 per cento dei leghisti ha votato contro e il 4 per cento si è ritirato.

Nel centrodestra, solo Fratelli d'Italia ha mantenuto una coesione maggiore, con il 5 per cento di voti contrari e il 10 per cento di astensioni. Nel fronte opposto, il Movimento Cinque Stelle ha registrato le defezioni più consistenti tra chi si opponeva alla riforma, con il 10 per cento che ha comunque votato a favore, seguito da Avvenimento e Sinistra con il 6 per cento di consensi inattesi. All'interno del Partito Democratico, l'ala minoritaria guidata da Pina Picierno che aveva invitato al Sì è risultata marginale, rappresentando appena il 2 per cento delle preferenze complessive, un dato che sottolinea come quella posizione controcorrente non abbia trovato una reale eco nella militanza dem.

Complessivamente, nonostante l'elevato tasso di partecipazione al voto, l'episodio ha rivelato come il consenso sui temi istituzionali sia più fragile e articolato di quanto i vertici politici avessero calcolato. Le basi elettorali, in particolare nel campo moderato, dimostrano una capacità critica e una volontà di inviare segnali ai propri leader che vanno al di là della semplice disciplina partitica. Un monito per le coalizioni in vista delle prossime competizioni elettorali.