La sconfitta della riforma della giustizia proposta dal governo Meloni-Nordio al referendum di marzo 2026 è stata il risultato di molteplici fattori politici e sociali. Tra i protagonisti meno appariscenti di questa storia, però, spunta anche la Conferenza episcopale italiana. Secondo l'analisi del vaticanista Marco Politi, gli ecclesiastici hanno offerto un supporto tutt'altro che marginale alla mobilitazione del voto contrario, operando con discrezione ma con determinazione sul territorio nazionale.
Il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, ha mosso i giusti passi già da gennaio dello scorso anno. Durante il Consiglio permanente dell'episcopato, ha rivolto un appello diretto ai cattolici affinché si recassero alle urne, sottolineando che questioni come la separazione tra carriere magistratiche e l'assetto del Consiglio superiore della magistratura «non devono lasciare indifferenti» la comunità ecclesiale. Pur evitando dichiarazioni esplicite su come votare, il cardinale ha introdotto una considerazione di peso: il processo giusto può assumere «diverse forme storiche» e non esiste una soluzione univoca e definitiva.
Le parole di Zuppi contenevano un messaggio cifrato ma comprensibile. Quando ha ribadito che «esiste un equilibrio tra i poteri dello Stato che i costituenti hanno tramandato come eredità preziosa da tutelare», stava tracciando una linea rossa sotto la riforma governativa. Tale linguaggio diplomatico mirava a insinuare dubbi sulla legittimità del progetto senza scendere in una battaglia politica dichiarata. L'obiettivo primario era tuttavia chiaro: aumentare la partecipazione al voto, soprattutto tra quegli elettori che rischiavano di considerare il quesito troppo tecnico per meritare un'attenzione concreta.
La posizione ecclesiastica affonda le radici in una visione più complessiva. La maggior parte dell'episcopato italiano considera ancora la Costituzione della Repubblica come il fondamento culturale e politico della convivenza democratica nel paese. Se nelle generazioni di vescovi più anziani rimane viva la memoria della Democrazia cristiana come forza costruttrice dello Stato nel secondo dopoguerra, nei cleri più giovani prevale la convinzione che un sano equilibrio istituzionale sia essenziale per scongiurare pulsioni autoritarie. Le campagne mediatiche contro la presunta «cattiva giustizia» non hanno mai trovato consenso diffuso tra i pastori cattolici, che hanno sempre preferito una lettura più articolata delle dinamiche giudiziarie.
Il risultato referendario, dunque, è stato costruito da numerosi componenti: il voto giovanile massicciamente contrario alla riforma, la mobilitazione politica dell'opposizione e, sebbene con modalità sommesse e istituzionali, anche il ruolo della Chiesa. Quest'ultima ha scelto di non gridare la propria posizione dalle piazze, ma di operare capillarmente nelle comunità parrocchiali e diocesane, raggiungendo un pubblico spesso sensibile ai messaggi dell'autorità religiosa. Una strategia d'influenza silenziosa ma efficace, che ha rappresentato uno dei «mattoni» della costruzione finale del voto popolare.