La Biennale di Venezia ha deciso di rimuovere l'installazione permanente dell'artista tedesco Tobias Rehberger per far spazio a una nuova configurazione progettata dallo studio di architettura Labics. L'opera intitolata "Was du liebst, bringt dich auch zum Weinen" ("Ciò che si ama fa anche piangere"), realizzata nel 2009 presso la caffetteria dei Giardini, è rimasta in piedi per quasi due decenni, ben oltre le previsioni iniziali. Tuttavia, negli ultimi anni la struttura versava in condizioni precarie, necessitando di interventi di manutenzione significativi.
Ciò che ha scatenato la reazione dell'artista non è stata la decisione in sé di demolire l'opera, bensì le modalità di comunicazione adottate dall'istituzione. La notifica ufficiale è arrivata il 12 novembre 2024, con uno smantellamento già programmato per il 1° dicembre dello stesso anno: appena tre settimane di preavviso. Rehberger, che aveva ricevuto l'incarico dalla precedente direzione artistica di Daniel Birnbaum, riteneva di meritare uno spazio più ampio per elaborare e trasformare artisticamente quella che era diventata parte della storia della manifestazione veneziana.
L'artista originario di Esslingen am Neckar non sta contestando il diritto della Biennale di modificare il proprio spazio espositivo, ma solleva questioni di merito su come le istituzioni culturali gestiscono il dialogo con i creatori le cui opere, seppur inizialmente temporanee, finiscono per acquisire vita propria. Rehberger avrebbe desiderato poter documentare e reinterpretare il processo di demolizione come atto artistico, trasformando quello che potrebbe essere visto come una semplice rimozione in un'esperienza estetica consapevole.
La vicenda apre un dibattito più ampio sull'arte pubblica e sui diritti degli artisti quando le loro creazioni vengono integrate negli spazi delle grandi istituzioni. La Biennale stessa attraversa un momento di tensioni interne, con numerose questioni artistiche e geopolitiche che alimentano discussioni sulla gestione dell'evento. La comunicazione ristretta verso Rehberger si inserisce in questo contesto più complesso, evidenziando possibili carenze nel protocollo istituzionale quando si affrontano questi delicati equilibri tra conservazione, innovazione e rispetto reciproco tra istituzioni e artisti.