Una commissione d'inchiesta istituita in Nepal ha concluso i suoi lavori formulando una richiesta formale: l'avvio di un procedimento penale contro Pushpa Kamal Sharma Oli, l'ex capo del governo che ha guidato il paese fino alle scorse settimane. Le accuse mosse nei suoi confronti riguardano la gestione della crisi innescata dalle massicce proteste anticorruzione scoppiatte a settembre, durante le quali si è verificato un drammatico bilancio di vittime.
Secondo quanto riportato dalle agenzie internazionali, il numero complessivo dei decessi durante i tumulti ammonta a 76 persone. Una percentuale significativa di queste vittime è costituita da manifestanti che hanno perso la vita in seguito all'intervento delle forze di polizia. Particolarmente grave il primo giorno di scontri, durante il quale è stato registrato il decesso di almeno 19 dimostranti. Questi numeri hanno rappresentato un punto di non ritorno per la credibilità politica di Oli.
Le proteste che hanno scosso il paese erano principalmente sostenute da giovani appartenenti alla generazione Z, unite nel rivendicare una battaglia contro la corruzione dilagante nelle istituzioni. Il malcontento diffuso e la risposta securitaria alle manifestazioni hanno generato una pressione politica insostenibile, portando Oli a rassegnare le dimissioni proprio nel momento in cui la violenza ha raggiunto il suo culmine.
La commissione ha concentrato la propria attenzione sulla responsabilità del governo nell'aver permesso il verificarsi di una simile escalation di violenze. L'accusa di negligenza sottintende una mancanza di adeguate misure preventive e di gestione della crisi da parte dell'esecutivo. La raccomandazione rappresenta un segnale importante circa l'intento della magistratura nepalese di fare chiarezza su quanto accaduto e di assicurare responsabilità a coloro che occupavano i vertici dello stato durante la vicenda.