Roma ospita un confronto di alto profilo sulla crisi europea e sulla strategia dei grandi poteri mondiali. Nel prestigioso spazio della Protomoteca del Campidoglio, lo stesso luogo che nel 1957 ha visto la firma dei Trattati fondativi dell'Europa moderna, si è sviluppato un dibattito che mette in discussione le narrazioni correnti sulla fine dell'Unione Europea.
Protagonista principale è Slavoj Žižek, il filosofo sloveno tra i più influenti della contemporaneità, che non lesina giudizi netti sugli equilibri mondiali attuali. In particolare, respinge categoricamente ogni lettura che attribuisca connotazioni di sinistra al presidente russo Vladimir Putin, definendolo piuttosto un fascista senza mezzi termini. Una dichiarazione che assume particolare significato nel contesto di una riflessione più ampia sulla consistenza e la capacità di reazione delle istituzioni europee.
L'evento ha riunito figure di primo piano del panorama internazionale e politico italiano. Accanto a Žižek, era presente Oleksandra Matviichuk, premio Nobel per la Pace e attivista ucraina, la cui testimonianza aggiunge una prospettiva drammatica e concreta alle questioni dibattute. La delegazione italiana includeva Lia Quartapelle, deputata del Partito Democratico, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri, e Lorenzo Marsili, direttore della sezione europea del Berggruen Institute, rinomato think tank dedito alla ricerca su governance e filosofia politica.
Il cuore del ragionamento proposto è paradossale ma provocatorio: se davvero l'Unione Europea fosse ormai defunta, ridotta a guscio vuoto privo di potenza reale, per quale motivo continuerebbe a rappresentare un bersaglio prioritario per potenze rivali come Russia e Stati Uniti? La domanda sottintende che l'apparente debolezza europea mascheri in realtà una rilevanza ancora considerevole, tale da giustificare strategie di indebolimento e divisione.
Il dibattito si inserisce in un momento di grande incertezza per il progetto europeo, alle prese con sfide che vanno dalle divisioni interne sulla politica estera alla gestione dei rapporti con Washington e Mosca, passando per questioni economiche strutturali. La scelta della location storica non è casuale: rimanda al momento in cui l'Europa riuscì a costruire consenso intorno a un'idea condivisa di integrazione e pace, contrasto stridente con le fratture odierne.