Bruxelles ha ufficialmente avallato una svolta nelle politiche europee sull'immigrazione. Con 389 voti a favore, 206 contrari e 32 astenuti, l'assemblea di Strasburgo ha dato il semaforo verde ai negoziati interistituzionali sulla nuova direttiva rimpatri. La votazione, sostenuta dalla coalizione Ppe-Ecr-Patrioti, rappresenta un cambio di direzione rispetto agli anni precedenti e consolida quello che gli osservatori chiamano il passaggio a una gestione più restrittiva della migrazione nel continente.
Al centro della riforma vi è un principio innovativo: la possibilità di stabilire centri operativi per i rimpatri anche al di fuori dei confini europei, non solo nei Paesi di origine dei migranti ma in qualsiasi territorio terzo disposto a sottoscrivere accordi specifici. Questo meccanismo ricalca esattamente il modello già sperimentato dall'Italia attraverso l'intesa con l'Albania, soluzione che negli ultimi mesi ha attirato l'attenzione di numerosi governi europei intenzionati a replicare lo schema. Luca Ciriani, parlamentare di Fratelli d'Italia, ha ricoperto il ruolo di relatore nel definire il testo normativo.
La proposta introduce anche trasformazioni significative nella procedura di rimpatrio. Il nuovo quadro normativo privilegia i rimpatri forzati rispetto alle partenze su base volontaria, riflettendo una priorità politica verso soluzioni più coercitive. Inoltre, prevede la detenzione per periodi estesi, fino a ventiquattro mesi, di coloro che rifiutano di collaborare alle procedure di rientro. Il presupposto sottostante è che i cittadini sottoposti a provvedimenti di rimpatrio siano obbligati a garantire la propria cooperazione durante l'intero processo.
Questa decisione segna una rottura consapevole con le politiche adottate nel precedente corso europeo, quando secondo i sostenitori della riforma l'apertura generalizzata aveva impedito rimpatri sistematici e massivi di stranieri che non soddisfacevano i criteri per permanere nel territorio dell'Ue. La nuova impostazione parte dall'assunto che l'attuale sistema non sia più sostenibile sul piano fiscale e sociale per i singoli Stati e per il complessivo sistema di welfare europeo.
La commissione per le Libertà civili del Parlamento europeo (Libe) aveva già sancito questa direzione il 9 marzo scorso con una maggioranza che ha sorpreso gli ambienti progressisti tradizionalmente dominanti a Bruxelles. Quella composizione numerica ha messo in evidenza uno spostamento profondo nei rapporti di forza parlamentari, evidenziando come la rappresentanza politica europea abbia recepito i messaggi elettorali degli ultimi anni.