Martedì 25 marzo, l'assemblea generale dell'Onu ha adottato una risoluzione che proclama la tratta degli schiavi africani «il più grave crimine contro l'umanità». L'iniziativa è partita dal Ghana, con il presidente John Mahama in prima fila nella battaglia per il riconoscimento di questo capitolo buio della storia. Pur non essendo vincolante dal punto di vista legale, la risoluzione rappresenta un momento storico nel riconoscimento ufficiale di una delle più grandi ingiustizie commesse dall'uomo. Mahama, in visita a New York, ha definito l'adozione del documento come un passo cruciale verso «la guarigione e la giustizia riparativa».
Il voto però non è stato unanime: il testo ha ottenuto 123 voti favorevoli, ma ha dovuto affrontare la contrarietà di tre paesi – Stati Uniti, Israele e Argentina – e l'astensione di ben 52 nazioni, inclusi il Regno Unito e tutti gli stati membri dell'Unione Europea. Un dato che sottolinea le divisioni persistenti nel riconoscimento delle responsabilità storiche del mondo occidentale. Mahama ha colto l'occasione per denunciare le politiche di revisione storica in atto, in particolare negli Stati Uniti, dove libri sulla storia della schiavitù vengono rimossi dalle scuole e dalle biblioteche pubbliche.
La risoluzione approfondisce l'analisi delle ragioni per cui la tratta deve essere considerata un crimine supremo. Il documento sottolinea l'enormità del fenomeno, la durata senza precedenti del sistema, la crudeltà sistematica che lo ha caratterizzato, e soprattutto le conseguenze ancora visibili nel presente: discriminazioni razziali strutturali e neocolonialismo che continuano a colpire africani e persone di discendenza africana in tutto il mondo.
Il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha rafforzato il messaggio della risoluzione con parole severe: ha ricordato come i responsabili della schiavitù abbiano costruito un'intera ideologia razzista per giustificare l'ingiustificabile, trasformando i pregiudizi in pseudoscienza. «Oggi è imperativo smantellare la menzogna della supremazia bianca e costruire un percorso verso verità, giustizia e riparazione», ha dichiarato.
Oltre al riconoscimento formale, la risoluzione chiede ai governi mondiali di intraprendere azioni concrete. Tra queste figurano scuse pubbliche e formali dai paesi che hanno beneficiato del sistema schiavistico, risarcimenti economici per i discendenti delle vittime, implementazione di politiche robuste contro il razzismo contemporaneo, e restituzione dei beni culturali e artistici trafugati durante il periodo coloniale. Si tratta di una roadmap ambiziosa che mira a trasformare il riconoscimento simbolico in azioni tangibili di giustizia riparativa.