Un fenomeno televisivo destinato a diventare oggetto di studi accademici non più limitati alla sola rappresentazione del crimine organizzato, ma riconosciuto come straordinario successo mediale a 360 gradi. È ciò che rappresenta oggi l'universo narrativo di Gomorra, ormai dilatato in molteplici forme espressive: dai romanzi ai reportage, dal cinema ai podcast, fino agli spettacoli teatrali. Con il lancio di «Gomorra – Le origini» su Sky e Now, la saga si arricchisce di un capitolo che ritorna alle origini, mostrando come tutto ebbe inizio nelle strade degradate della Napoli degli anni Settanta.
Il prequel, affidato alla regia di Marco D'Amore e alle sceneggiature di Leonardo Fasoli e Maddalena Ravagli, segue l'adolescenza di Pietro Savastano a Secondigliano. Cresciuto in una famiglia povera, il giovane protagonista vede nel crimine organizzato l'unica strada possibile verso l'ascensione sociale. L'incontro decisivo con Angelo 'a Sirena rappresenta il punto di non ritorno: è l'ingresso nel mondo della camorra, dove violenza, alleanze corrotte e tradimenti diventano le regole di sopravvivenza. La narrazione si struttura come un vero e proprio romanzo di formazione criminale, dove il contrabbando di sigarette funge da primo gradino della scalata malavitosa.
Ciò che colpisce della serie è come riesca a oscillare tra due prospettive narrative. Da un lato, il racconto mantiene un'attenzione quasi documentaristica verso la realtà sociale: le case fatiscenti e sovraffollate, i bambini che muoiono di stenti e malnutrizione, la disperazione economica che caratterizzava quella Napoli. Dall'altro, trasforma questa realtà crudele in una discesa mitica negli inferi della criminalità, conferendo alla progressione del male quasi una dimensione fatta e fatale, quasi un destino ineluttabile.
Non è casualità che sia stato Don Giuseppe Diana, parroco di Casal di Principe, a denunciare anni fa il rischio di trasformare il territorio in una «Gomorra del Paese». Nel 1994 il sacerdote fu assassinato dal clan dei Casalesi proprio per la sua lotta antimafia. Oggi, tuttavia, l'eredità di quella battaglia si misura anche con la forza attrattiva che l'industria dell'intrattenimento continua a esercitare su questi temi.
Rimane irrisolta una delle domande più affascinanti della drammaturgia: perché il male continua a magnetizzarci più della virtù? Sia nella letteratura che nel cinema, i criminali monopolizzano l'empatia dello spettatore mentre gli uomini perbene rimangono relegati ai margini narrativi. È un enigma che la sociologia non potrà mai completamente sciogliere, ma che «Gomorra – Le origini» affronta ancora una volta con la stessa inquietante suggestione che ha caratterizzato tutta la saga.