Durante la presentazione del volume "Lunario per sonnambuli" di Zaelia Bishop presso lo spazio romano Angolocottura, gestito da Iginio de Luca, è emersa una considerazione affascinante su uno dei paradossi meno discussi dell'arte contemporanea. L'evento, tenutosi in un'atmosfera intima e riflessiva tipica degli spazi domestici, ha offerto lo spunto per approfondire una questione fondamentale: il ruolo e i limiti della categoria "libro d'artista" nel panorama artistico odierno.

La definizione stessa di "libro d'artista" porta con sé una contraddizione intrigante. L'espressione suggerisce implicitamente che gli scrittori non siano artisti e che gli artisti visivi non possano essere letterati, quando invece si tratta semplicemente di un ibrido tra la forma letteraria e l'opera visuale. Pur essendo una dicitura formalmente corretta, questa categorizzazione rappresenta un doppio taglio: se da un lato riconosce l'importanza di questa contaminazione mediatica, dall'altro rischia di cristallizzare i confini tra discipline, scoraggiando così gli artisti dall'esplorare pienamente le proprie capacità multidisciplinari.

L'opera di Bishop, artista visivo romano nato nel 1977, risulta emblematica di questa tensione creativa. Nel corso della discussione è emerso chiaramente come il suo lavoro trascenda la semplice illustrazione di testi, rivelando invece una visione poetica autonoma e consapevole. Il volume non è un'appendice visiva a un'idea letteraria preesistente, bensì un'opera dove la dimensione verbale e quella visuale si intrecciano con pari dignità, generando una visionarietà che affonda le radici principalmente nel linguaggio scritto.

Questo aspetto solleva un interrogativo più ampio sulla condizione dell'arte oggi. Sebbene viviamo in un'epoca caratterizzata da una proliferazione di linguaggi mediali e digitali senza precedenti, paradossalmente il sistema dell'arte contemporanea sembra sempre più orientato a confezionare gli artisti entro categorie specifiche e monolitiche. Ogni mezzo espressivo tende a diventare un totem, un'identità professionale che circoscrive piuttosto che liberare le potenzialità creative.

Il rischio concreto è che questa frammentazione disciplinare, sebbene non intenzionale, finisca per inibire gli artisti che naturalmente aspirano a una pratica davvero multidisciplinare. Una giovane generazione di creatori potrebbe trovarsi scoraggiata dall'esplorare territori che vanno oltre le loro etichette tradizionali, non a causa di vincoli tecnici o pratici, ma semplicemente perché il linguaggio stesso del sistema dell'arte tende a scoraggiare tali contaminazioni. L'auspicio è che opere come quella di Bishop possano fungere da catalizzatore per una riflessione più profonda su come il mondo dell'arte contemporanea categorizza e, spesso inconsapevolmente, limita le sue stesse voci creative.