Maggie Gyllenhaal porta sugli schermi una reinterpretazione radicale di uno dei miti letterari più celebri. Il suo nuovo film, semplicemente intitolato "La sposa", debutta in questi giorni nelle sale dopo la premiere mondiale a Leicester Square, segnando un salto significativo rispetto al suo esordio dietro la macchina da presa con "La figlia oscura", ispirato a Elena Ferrante. Questa volta la regista americana non solo raddoppia il budget – raggiungendo i cento milioni di dollari – ma si misura direttamente con l'eredità di Mary Shelley, trasformando un capolavoro dell'orrore gotico in un dramma d'azione ambientato nella Chicago degli anni Trenta.
Al centro della vicenda troviamo il Frankenstein di Christian Bale, che richiede sei ore quotidiane di trucco per il ruolo, affiancato da una cast che include Annette Bening nel ruolo di scienziata e Jessie Buckley come la creatura destinata a diventare compagna del mostro. Qui però la trama si discosta vistosamente dal materiale d'origine: quando una giovane donna vittima della criminalità organizzata viene riportata in vita, il baricentro narrativo si sposta completamente. Non è più questione di obbedienza o servitù, ma di una scoperta violenta e affascinante della propria autonomia.
La coppia fuggiasca si trasforma in due nemici pubblici all'americana, sulla scia di Bonnie e Clyde, mentre si ribellano a un sistema sociale che perseguita chi non rientra negli schemi. Buckley interpreta una creatura che si rifiuta di essere ridefinita dai desideri di chi l'ha voluta, una figura che parla con la voce collettiva di donne emarginate e silenziate. Il film, distribuito da Warner, mescola elementi pop con ambizioni artistiche, accompagnato dalla colonna sonora di Hildur Guðnadóttir, utilizzando il genere del musical hollywoodiano come specchio distorto del sogno americano.
In un'intervista, Gyllenhaal ha rivelato i passaggi che l'hanno portata a questa versione. Inizialmente aveva immaginato di collocare la storia negli anni Settanta dell'Ottocento, nel periodo post-Guerra civile americana, quando il boom degli spiritisti – figure quasi equivalenti agli psicoterapeuti contemporanei – rappresentava una risposta alle donne alla ricerca di sussistenza dopo la perdita massiccia di uomini. Successivamente ha realizzato che il rapporto cruciale doveva intercorrere tra Frankenstein e una stella del cinema, una personalità con cui il mostro sentisse un'affinità profonda, pur ricevendo l'indifferenza totale. Questo ha reso necessario spostare tutto agli anni Trenta, epoca in cui il cinema era ormai consolidato e permeava la cultura di massa.
L'estetica degli anni Trenta affascina Gyllenhaal non solo come scelta stilistica ma come rimando personale – i suoi stessi capelli attualmente richiamano quella decade. L'era hollywoodiana è diventata dunque il palcoscenico ideale per esplorare come un mostro costruito e controllato possa trasformarsi in essere consapevole e ribelle, rifiutando le catene della sua stessa creazione. Il risultato è un film destinato a generare dibattito, ibrido tra violenza e romanticismo, punk nei suoi insegnamenti, radicale nel suo messaggio.