Il mercato editoriale italiano si arricchisce di tre titoli che affrontano mondi dominati dall'eccesso e dalla trasgressione, offrendo prospettive inedite su figure e fenomeni apparentemente già noti. Tra questi spicca «Insomnia» di Robbie Robertson, uscito per Jimenez Edizioni nella traduzione di Gianluca Testani, un'opera che ribalta la percezione romantica del mito rock per descrivere invece l'abisso psicologico di chi ha raggiunto il vertice del successo.
L'autobiografia di Robertson si concentra su un capitolo affascinante e poco esplorato della sua vita: il periodo successivo allo scioglimento dei The Band nel 1976, celebrato dal concerto-evento The Last Waltz al Winterland di San Francisco. Invece di raccontare una continuità trionfale, Robertson descrive un naufragio personale punteggiato da solitudine, dipendenze e una fame insaziabile di senso. La soluzione inaspettata arriva quando busca alla porta di Martin Scorsese a Beverly Hills: i due, entrambi trentatreenni affermati ma profondamente disorientati, decidono di condividere un appartamento che diventa officina creativa e bunker di sopravvivenza. Nei laboratori di questo sodalizio nascono alcune delle colonne sonore più memorabili del cinema contemporaneo, mentre De Niro, Harvey Keitel e altre figure leggendarie del cinema si muovono sullo sfondo di una storia dove il vero nemico è l'autodistruzione. Robertson scrive con uno stile cinematografico, frammezzando il racconto con l'atmosfera densa e fumosa degli Anni Settanta, dove l'unica ancora di salvezza era l'ambizione stessa.
Su un fronte completamente diverso si posiziona «Criminalità immaginate» di Antonio Vesco, edito da Tamu Edizioni, un saggio che propone una lettura smitizzante del fenomeno mafioso italiano. Vesco contesta frontalmente la narrazione dominante che riduce la mafia a entità patogena, corpo estraneo rispetto a uno Stato presuntivamente sano. Secondo l'autore, questa visione binaria—da un lato le istituzioni virtuose, dall'altro i criminali irrimediabilmente corrotti—rappresenta una forma di bonifica morale che evita di affrontare i nodi realmente politici. L'antimafia ufficiale, sostiene Vesco, si è rinchiusa nella difesa di una «legalità» astratta senza interrogarsi sulle radici materiali e strutturali che alimentano la criminalità organizzata, trasformando così un problema politico in una semplice questione di ordine pubblico o di virtù individuale.
I tre volumi nel loro insieme testimoniano una tendenza della saggistica contemporanea verso la demolizione delle narrazioni semplificate: sia nel rock che nella cronaca giudiziaria, gli autori scelgono di scavare oltre le superfici, mostrando come il mito—sia esso quello del musicista tormentato o dello Stato che combatte il male—celi complessità ingestibili per la comunicazione di massa. Robertson apre lo spogliatoio dell'eccesso creativo, Vesco smonta l'architettura retorica dell'istituzione: in entrambi i casi, il lettore viene invitato a riconoscere che le storie che ci raccontiamo raramente catturano la realtà nei suoi aspetti meno rassicuranti.