Dopo la chiusura definitiva dello storico centro sociale Askatasuna avvenuta a dicembre con il sequestro della struttura in corso Regina Margherita a Torino, è ricominciato oggi il processo in appello che coinvolge i militanti antagonisti della comunità occupata. L'udienza, di natura principalmente tecnica, ha visto l'accoglimento della richiesta della procura generale per la rinnovazione del dibattimento. La Corte ha inoltre autorizzato l'audizione di due testimoni: agenti della Digos che hanno condotto le indagini iniziali, i quali interverranno per le fasi di identificazione e per illustrare l'assetto organizzativo del centro sociale.

La gestione dell'aula non è stata priva di frizioni, un aspetto ricorrente quando sul banco degli imputati siedono esponenti del movimento antagonista. Una delle richieste avanzate dalla difesa è stata respinta: i legali degli accusati hanno tentato invano di far inserire nel fascicolo processuale un'intervista rilasciata a dicembre da una figura storica del movimento No Tav e del centro stesso. Altrettanto infruttuosa si è rivelata la domanda dei difensori volta a sollecitare l'astensione di una giudice della Corte d'appello che aveva già deciso su uno degli imputati in sede di primo grado nel 2015.

Sulla questione della presunta incompatibilità, l'avvocato della difesa ha richiamato il principio di terzietà come elemento essenziale della giustizia, sostenendo che in questo caso specifico potessero configurarsi le condizioni per un'astensione volontaria. Tuttavia, il procuratore generale ha bollato la richiesta come "infondata", rimarcando l'importanza del rispetto dovuto all'autorità giudiziaria e manifestando perplessità circa il tentativo di sollevare dubbi sulla neutralità della magistrata.

Nel primo grado del processo erano stati pronunciati 18 verdetti di condanna, con pene variabili da cinque mesi fino a quattro anni e nove mesi di carcere. Tuttavia, le sentenze avevano riguardato esclusivamente singoli episodi legati a manifestazioni e scontri in strada, poiché non era emersa una prova concreta dell'esistenza di un'associazione per delinquere strutturata. Diverso è lo scenario in appello: dei venticinque imputati complessivi, sedici devono rispondere dell'accusa più grave di associazione per delinquere, elemento che rappresenta il fulcro della strategia accusatoria della procura generale.