Nel 1926 Torino rimase scossa dal mistero dello Smemorato di Collegno, un uomo che affermava di non ricordare chi fosse e la cui vera identità divise il Paese tra coloro che lo credevano Mario Bruneri e chi sosteneva fosse Giulio Canella. Un enigma umano che mise in discussione tribunali, famiglie e stampa, finendo per rappresentare uno dei casi più singolari della storia italiana del Novecento. A cent'anni da quella vicenda straordinaria, il parallelo tracciato da un lettore milanese con la situazione contemporanea del nostro Paese ha acceso una riflessione profonda.

La lettera pervenuta al direttore Vittorio Feltri suggerisce un'analogia inquietante: se allora il dramma riguardava un singolo individuo colpito da perdita di memoria, oggi sarebbe l'intera società italiana a soffrire della medesima condizione. Secondo questa prospettiva, l'Italia avrebbe dimenticato chi è stata, da dove proviene, quali sono le fondamenta storiche e culturali su cui si è edificata la civiltà occidentale. Questa amnesia collettiva comporterebbe conseguenze gravissime: un popolo senza memoria perde inevitabilmente la propria bussola morale e il senso della propria direzione storica.

Feltri condivide pienamente questa preoccupazione, sottolineando come la memoria rappresenti il fondamento stesso della civiltà: ogni generazione riceve un'eredità dalla precedente e la trasmette a quella successiva, attraverso un legame invisibile ma straordinariamente solido. Quando questo filo si spezza, rimane solo il vuoto. La questione diventa ancora più allarmante considerando che questa perdita di memoria non sembra nemmeno involontaria: dimenticare il passato risulta comodo perché consente di eludere responsabilità, di non affrontare i problemi reali, di ignorare ciò che risulterebbe scomodo guardare in faccia.

Il direttore evidenzia come la situazione non si limiti a una semplice dimenticanza. In molti Paesi occidentali, soprattutto negli Stati Uniti ma con contagi anche europei, assistiamo a una vera e propria furia iconoclasta: non si tratta solo di dimenticare la storia, ma di cancellarla attivamente e, quando questo non riesce, di riscriverla secondo una narrazione diversa. Questo fenomeno rappresenterebbe la grande nevrosi del nostro tempo, una malattia che minaccia le fondamenta stesse dell'identità culturale.

Senza radici, sostiene Feltri, non è possibile crescere né fiorire: il risultato inevitabile è l'appassimento e, a lungo termine, l'estinzione. Un popolo che perde la memoria della propria storia perde contemporaneamente il senso del proprio futuro e la capacità di costruire una visione coerente di sé stesso. La domanda che rimane sospesa è se l'Italia riuscirà a ritrovare quella memoria collettiva che sembra aver smarrito, riannodando il filo della continuità storica e culturale.