Una vittoria importante per i diritti delle donne nel mondo del lavoro arriva dai tribunali del Veneto. Il giudice del lavoro di Treviso ha riconosciuto le ragioni di una manager della Keyline, storica azienda di Conegliano specializzata in progettazione e produzione di chiavi e macchine duplicatrici, condannando la società a risarcirla per discriminazione sessuale e comportamenti mobbizzanti. La sentenza arriva a pochi giorni dalla Giornata internazionale per i diritti delle donne, trasformandosi in un pronunciamento simbolico contro le disuguaglianze di genere negli ambienti lavorativi.
Al centro della controversia una serie di condotte discriminatorie perpetrate negli anni dai familiari proprietari dell'azienda – il padre, la madre adottiva e il fratellastro della dirigente – davanti ad altri dipendenti. Gli episodi si caratterizzavano per umiliazioni costanti e dequalificazione sistematica della competenza professionale della donna. In particolare, le veniva ordinato ripetutamente di preparare il caffè durante le riunioni insieme alla sorella, giustificando questa assegnazione con la semplice motivazione che fossero donne. Ancora più esplicita l'affermazione rivolta alla manager: «Non sei adatta a questo ruolo, mi servirebbe un uomo con esperienza».
Il punto di rottura si è verificato il 29 luglio 2024, quando la dirigente ha ricevuto la lettera di licenziamento mentre era incinta. Poche settimane prima le erano state notificate contestazioni disciplinari riguardanti l'uso della carta di credito aziendale per spese personali – circa 5.600 euro – e una presunta responsabilità nel sovraccarico del magazzino durante operazioni negli Stati Uniti. Una dinamica simile aveva colpito anche la sorella della donna, licenziata dopo la nascita di sua figlia. Gli avvocati della dirigente – Francesco Furlan, Luigi Fadalti e Gabriele Mirabile – hanno smontato punto per punto le accuse: l'uso della carta per spese personali era una pratica tollerata e condivisa all'interno della famiglia proprietaria, mentre la contestazione relativa al magazzino risultava generica e priva di fondamento documentale.
Il tribunale ha ritenuto il licenziamento illegittimo proprio perché privo di «colpe gravi» idonee a giustificare l'allontanamento di una lavoratrice in stato di gravidanza, categoria tutelata dalla normativa italiana. La sentenza riconosce un danno da discriminazione di 50mila euro, oltre a 112mila euro di stipendi non versati e un ulteriore compenso di 1.725 euro per danno da stress. È stato inoltre disposto il reintegro della manager nella società.
La decisione emerge da un clima di forti tensioni all'interno della compagine familiare che controlla l'azienda, con comportamenti descritti dal giudice come «vessatori, mobbizzanti e gravemente offensivi». Episodi che erano stati già segnalati attraverso due diffide formali prima di arrivare in tribunale. La pronuncia rappresenta un segnale importante contro le discriminazioni di genere nel contesto imprenditoriale del Nord-Est italiano.