Una sentenza che fa chiarezza sulla discriminazione di genere nei luoghi di lavoro: il tribunale del lavoro di Treviso ha ordinato il reintegro di una dirigente della Keyline di Conegliano, annullando il licenziamento ricevuto durante la gravidanza e condannando l'azienda al pagamento di 50mila euro per danno da discriminazione. La decisione, resa nota nelle scorse settimane e ripresa dai media locali, ribalta completamente la posizione della società e riconosce pienamente le ragioni della lavoratrice, vittima di comportamenti sessisti e umilianti protratti nel tempo.

Secondo quanto emerso dal processo, l'amministratore delegato aveva abusato del suo ruolo di comando per sottoporre la dirigente e sua sorella a mansioni stereotipate, costringendole ripetutamente a servire il caffè durante le riunioni aziendali con la giustificazione che fosse un dovere loro «in quanto donne». Ma non solo: in almeno un'occasione, il superiore avrebbe esclamato davanti ai colleghi che la donna non meritasse la sua posizione dirigenziale e che avrebbe preferito «un uomo con più esperienza». Questi episodi, come ricostruiti nelle carte processuali, non rappresentavano comportamenti isolati bensì parte di un copione consolidato, sempre consumato alla presenza di altri dipendenti, con evidente intento umiliante e discriminatorio.

La tempistica del licenziamento ha pesato moltissimo nella valutazione del giudice. La lettera di cessazione è arrivata il 29 luglio 2024, quando la lavoratrice era già incinta. Solo quattro settimane prima aveva ricevuto una contestazione disciplinare che le imputava due colpe: l'utilizzo della carta di credito aziendale per acquisti personali per circa 5.600 euro e una generica corresponsabilità nel sovraffollamento del magazzino legato alle operazioni negli Stati Uniti. La dirigente aveva maturato anni di esperienza in quella realtà familiare e aveva conquistato il suo ruolo dirigenziale appena sei mesi prima, nel gennaio del medesimo anno.

I legali della donna – Francesco Furlan, Luigi Fadalti e Gabriele Mirabile – hanno smontato punto per punto l'accusa. Hanno provato che l'uso della carta aziendale per spese personali rappresentava una pratica consuetudinaria all'interno della famiglia proprietaria e che la questione del magazzino era stata descritta in termini troppo vaghi e senza prove concrete. Il giudice ha dato loro ragione su tutta la linea, ritenendo che il licenziamento fosse strumentale e che i veri motivi risiedessero negli atteggiamenti discriminatori sistematicamente adottati dalla dirigenza.

La sentenza non rappresenta solo una vittoria individuale ma un segnale importante per il tessuto economico italiano: i diritti delle donne sul lavoro non sono negoziabili, nemmeno in aziende familiari storiche, e i comportamenti sessisti, per quanto normalizati in certi ambienti, rimangono illegittimi e passibili di serie conseguenze legali. La Keyline dovrà ora reintegrare la dirigente e versarle il compenso della discriminazione subita.