Marco Cappato esce completamente assolto dall'inchiesta che lo vedeva indagato per due episodi di accompagnamento di malati verso strutture estere specializzate nel suicidio assistito. La giudice per le indagini preliminari presso il tribunale di Milano ha firmato il decreto di archiviazione, chiudendo definitivamente la pratica nei suoi confronti e riconoscendo come infondati gli elementi su cui si basava l'accusa.

Secondo la decisione del gip, non sussisterebbero gli elementi costitutivi del reato di aiuto al suicidio nei confronti dell'esponente radicale. La magistrata ha inoltre documentato nelle sue considerazioni che entrambi i pazienti si trovavano in condizioni cliniche caratterizzate da quella che tecnicamente viene definita come accanimento terapeutico, ovvero l'applicazione di trattamenti medici sproporzionati rispetto alle reali possibilità di guarigione.

Questa decisione rappresenta un punto di riferimento importante nel dibattito italiano sulla fine della vita e sulla libertà personale nel momento in cui la sofferenza diventa insostenibile. Il caso si inserisce in una serie di procedimenti giudiziari che hanno investito Cappato negli ultimi anni, spesso conclusi con risultati favorevoli che riconoscono la correttezza delle sue azioni dal punto di vista legale.

L'archiviazione non chiude necessariamente il dibattito pubblico sulla materia: la questione del suicidio medicalmente assistito rimane uno dei temi più delicati e controversi nel panorama normativo italiano, dove attualmente non esiste una legislazione specifica che ne regola le modalità, a differenza di diversi Paesi europei.