Durante una conferenza stampa tenuta a Miami il 9 marzo, Donald Trump ha fornito una giustificazione controversa dell'offensiva militare contro l'Iran, affermando che la decisione è stata guidata dalle valutazioni di ristretti collaboratori piuttosto che dalle agenzie di intelligence americana. Il presidente ha dichiarato che la situazione era deteriorata rapidamente e che, sulla base dei pareri di Steve Witkoff, Jared Kushner, Pete Hegseth e Marco Rubio, aveva concluso che Teheran fosse sul punto di lanciare un attacco imminente contro gli Stati Uniti.

Trump ha sottolineato che l'azione militare era stata eseguita nel momento ritenuto opportuno, sostenendo che in assenza di quell'intervento il regime iraniano avrebbe inevitabilmente attaccato. Tuttavia, ha anche ammesso una certa contraddizione nella narrazione, riconoscendo che le operazioni iraniane successive non avevano prodotto gli effetti desiderati dai vertici di Teheran, suggerendo che la strategia del paese fosse fallace. I nomi menzionati come influenzatori della decisione appartengono a figure dalla credibilità controversa: Witkoff è un mediatore senza esperienza diplomatica formale noto come uomo d'affari vicino a Trump dagli anni ottanta, Kushner è il marito di Ivanka coinvolto nel controverso progetto della "Nuova Gaza", mentre Hegseth è il segretario della Difesa con background militare e televisivo su Fox News.

La comunicazione presidenziale desta perplessità poiché esclude esplicitamente i servizi intelligence, che secondo quanto riportato dalla stampa internazionale non disponevano di prove concrete riguardanti un'accelerazione del programma nucleare iraniano né di piani offensivi imminenti da parte di Teheran. Questa scelta di attribuire la responsabilità decisionale a consulenti personali piuttosto che a esperti di sicurezza nazionale rappresenta un elemento distintivo della comunicazione trumpiana.

La decisione di lanciare un'operazione offensiva di questa portata costituisce un'inversione marcata rispetto alla retorica della campagna elettorale di Trump. Nel 2016 aveva promesso agli elettori di terminare le "guerre infinite" e aveva criticato duramente l'amministrazione Obama per la presunta inettitudine diplomatica verso l'Iran. Negli ultimi dieci anni, il messaggio "America First" ha consolidato il consenso tra i sostenitori proprio sulla base dell'impegno ad evitare nuovi conflitti globali. L'uccisione della guida suprema Ayatollah Ali Khamenei ha generato reazioni di dissenso anche nell'elettorato tradizionalmente favorevole a Trump.

Particolarmente rilevante è il precedente del 2011, quando lo stesso Trump aveva accusato il presidente Obama di incapacità negoziale e di scarsa idoneità diplomatica, suggerendo che fosse spinto verso l'aggressione militare contro l'Iran da motivazioni elettorali. Quella critica rappresenta uno specchio poco lusinghiero della situazione attuale, sollevando interrogativi sulla coerenza tra le promesse originarie e le azioni intraprese durante il secondo mandato presidenziale.