La recente stretta sui coltelli pieghevoli contenuta nel Decreto sicurezza sta creando una situazione paradossale per chi pratica attività in montagna. Secondo l'avvocato Nicola Canestrini, escursionisti e fungaioli potranno sì invocare il «giustificato motivo» per farsi archiviare le accuse, ma nel frattempo dovranno affrontare una strada giudiziaria complicata: denuncia, iscrizione al registro degli indagati, spese legali e perdita di tempo. Una sequenza che alimenta frustrazione e sfiducia nelle istituzioni.

Il nodo centrale riguarda il perimetro della legge. Fino ad oggi, la legge 110/1975 vietava il porto senza giustificato motivo di strumenti atti a offendere, ma il coltello da escursionismo rientrava pacificamente negli usi legittimi della montagna. Ora il Decreto sicurezza ha tipizzato espressamente i coltelli pieghevoli con lama superiore a 5 centimetri, punta acuta e meccanismo di blocco, punendo il loro possesso con reclusione fino a tre anni. Strumenti che per chi frequenta la montagna rappresentano spesso un'attrezzatura indispensabile.

Canestrini critica duramente questa impostazione legislativa, denunciando quella che definisce «la solita logica del populismo penale». Secondo il legale, si legifera per fare titoli sui giornali piuttosto che affrontare reali problemi di sicurezza. Nel giro di due anni il Decreto ha introdotto 48 nuovi reati, corrispondenti a 417 anni di carcere aggiuntivi nel sistema ordinamentale. Nel frattempo, un cercatore di funghi potrebbe doverne giustificare dinanzi a un pubblico ministero il possesso di uno strumento utilizzato da generazioni.

A supportare queste perplessità arriva anche Carlo Alberto Zanella, presidente del Club Alpino Italiano della sezione Alto Adige, che sostiene l'importanza di consultare gli esperti prima di introdurre nuove restrizioni. Canestrini conclude affidando al tempo la risposta sulla direzione che prenderà il diritto penale italiano: prevarrà la razionalità normativa o continuerà a dominare quella che chiama «la furia incriminatrice»?