Maylin Castro Monsalvo continuerà a scontare la custodia cautelare in carcere. Il Tribunale del riesame ha rigettato come inammissibile l'appello presentato dalla donna, imputata insieme alla madre del convivente per l'omicidio di Alessandro Venier, avvenuto lo scorso luglio nell'abitazione di Gemona del Friuli, in provincia di Udine. La sentenza archivia di fatto un tentativo della difesa di ottenere il trasferimento della detenuta in una struttura meno severa.
Secondo quanto riferito dall'avvocata Federica Tosel, che assiste Castro Monsalvo, i giudici hanno ritenuto che l'impugnazione riguardasse esclusivamente le modalità di esecuzione della misura cautelare, non la sua legittimità sostanziale. Un'interpretazione che la difesa contesta fermamente. La legge italiana prevede infatti che le madri di bambini in tenera età non possono essere incarcerate se non ricorrono circostanze di straordinaria gravità. Il pubblico ministero ha sostenuto proprio l'esistenza di tali condizioni eccezionali, portando il gip a disporre il carcere. L'appello della difesa metteva in discussione proprio questa valutazione, ritenendola infondata. Dichiarare l'impugnazione inammissibile equivale, nelle parole dell'avvocata, a rifiutare qualsiasi verifica su questo presupposto legale fondamentale.
La situazione sanitaria della detenuta aggiunge ulteriore complessità al caso. Castro Monsalvo, trasferita dal carcere femminile dell'Icam di Venezia al penitenziario della Giudecca dopo il compimento del primo anno di vita della figlia avuta con Venier, è stata ricoverata il 2 febbraio scorso a causa di uno scompenso psichiatrico. Gli avvocati difensori, insieme a Federica Tosel anche Francesco De Carlo, sostengono che le attuali condizioni di detenzione siano incompatibili con il grave quadro clinico della loro assistita.
La difesa ha già annunciato l'intenzione di ricorrere in Cassazione, ritenendo la decisione del Tribunale del riesame giuridicamente errata. Nel frattempo, gli avvocati chiedono l'affidamento della donna a una struttura sanitaria territoriale oppure, in subordine, a una Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), soluzioni che potrebbero conciliare le esigenze cautelari con la tutela della salute psichica della detenuta e del suo ruolo materno.