Torna puntuale come ogni anno la controversia intorno alle celebrazioni del 25 aprile, sebbene questa volta le polemiche facciano capolino con qualche settimana di anticipo. A ravvivare il dibattito è l'Arci Milano, attraverso una lettera aperta firmata dal suo presidente Maso Notarianni e indirizzata alla Comunità ebraica, diffusa via social. Nel documento, l'organizzazione riconosce esplicitamente l'importanza storica della Brigata Ebraica nella lotta partigiana italiana e dichiara il benvenuto alle sue insegne durante il corteo milanese dedicato alla Festa della Liberazione.
Tuttavia, la posizione dell'Arci cambia radicalmente quando il discorso si sposta dalle bandiere della Brigata Ebraica al simbolismo dello Stato di Israele contemporaneo. Notarianni sostiene che le bandiere israeliane odierne tradiscono i principi costituzionali sulla cui base si fonda la festa stessa. Citando l'articolo 11 della Costituzione italiana, che ripudia la guerra come mezzo di conflitto internazionale, il presidente dell'Arci denuncia quella che definisce una contraddizione storica: le bandiere dello Stato ebraico rappresenterebbero oggi «una guerra che non accenna a fermarsi», oltre all'occupazione di territori palestinesi, all'espansione degli insediamenti in Cisgiordania e alle operazioni militari a Gaza.
Secondo Notarianni, esibire il tricolore israeliano nel corso delle commemorazioni partigiane costituirebbe «una profanazione nei confronti di coloro che combatterono contro le ingiustizie». L'Arci sostiene che i partigiani, inclusi quelli della Brigata Ebraica, si batterono precisamente contro le forme di violenza e oppressione che, a suo giudizio, caratterizzerebbero oggi la politica estera di Israele. Questa equiparazione tra il fascismo e le attuali azioni dello Stato israeliano rappresenta il fulcro della critica mossa dalla sinistra organizzata milanese.
La questione riflette una tensione più ampia all'interno della società civile italiana circa il conflitto mediorientale. Mentre è legittimo che in una democrazia convivano prospettive differenti su questioni geopolitiche complesse, la disputa odierna rivela come simboli storici come il 25 aprile rischiano di trasformarsi in strumenti per alimentare tensioni politiche contemporanee piuttosto che in occasioni di unità nazionale. La festa della Liberazione, nata come celebrazione collettiva della riconquista della libertà, diventa così teatro di scontri ideologici in cui i riferimenti al passato vengono strumentalizzati per giustificare posizioni sul presente.