Danilo Toninelli rompe gli indugi e si schiera pubblicamente a favore della riforma costituzionale sulla giustizia promossa dal governo Meloni. L'ex titolare del dicastero delle Infrastrutture nel primo esecutivo Conte, intervistato a Radio Cusano, ha espresso un giudizio positivo sui contenuti della proposta che gli italiani saranno chiamati a votare il 22 e 23 marzo prossimi, anche se con premesse che lasciano poco spazio a dubbi sulla sua contrarietà al metodo e alle intenzioni politiche di chi l'ha redatta.

La posizione di Toninelli emerge come particolarmente equilibrata: riconosce che il centrodestra persegue questa riforma per ragioni storicamente conflittuali con la magistratura, ricordando l'«odio politico e genetico» della coalizione verso la giustizia, motivato dalle tante inchieste verso esponenti come Silvio Berlusconi. Pur dichiarando che non voterebbe Meloni «neanche sotto tortura», il pentastellato sostiene che dal punto di vista tecnico la proposta merita un'approvazione. Una contraddizione solo apparente che Toninelli sintetizza in una formula incisiva: «Fa una cosa giusta per una motivazione inqualificabile».

Il vero motivo della conversione di Toninelli risiede nel meccanismo del sorteggio dei magistrati nel Consiglio Superiore della Magistratura. Secondo l'ex ministro, questa soluzione eliminerebbe definitivamente le dinamiche correntizie all'interno della magistratura, garantendo indipendenza effettiva a chi accede a quell'organo di governo. «Se introduci il sorteggio, sparisce la logica politica e arriva l'indipendenza vera», ha spiegato, convinto che questo elemento rappresenti effettivamente un progresso istituzionale indipendentemente dalle ragioni che lo circondano.

La dichiarazione di Toninelli non è casuale: una settimana prima aveva pubblicamente ammesso di non aver ancora deciso come votare. Oggi quella incertezza si è sciolta in una posizione netta, anche se accompagnata da una complessa e quasi sofisticata analisi volta a proteggere la sua credibilità interna al Movimento. Ha infatti enfatizzato la differenza tra la valutazione tecnica della riforma e quella politica delle intenzioni governative, cercando di prevenire le critiche dalla base pentastellata accusandolo di tradimento.

La posizione di Toninelli illumina una frattura nel fronte del «No» al referendum: mentre gli oppositori contestano compattamente la riforma sulla base del suo carattere strumentale nel conflitto tra poteri dello Stato, alcuni osservatori tecnici e politici non escludono che la proposta contenga elementi migliorativi nel sistema costituzionale, indipendentemente dal contesto in cui viene presentata. Una tensione che probabilmente continuerà a emergere fino al voto, dividendo persino chi storicamente si oppone al governo.