Le capitali occidentali suonano l'allarme per una possibile intensificazione del conflitto nel Medio Oriente. Sia il governo israeliano che l'amministrazione americana hanno innalzato il livello di allerta, sospettando che l'Iran possa coordinare una nuova offensiva attraverso i suoi alleati regionali nelle prossime settimane.

Da Tel Aviv arrivano segnali di massima preoccupazione. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha riunito d'urgenza la leadership politica e i vertici della sicurezza nazionale per analizzare gli ultimi sviluppi sulla scena regionale. Gli analisti israeliani non escludono colpi simultanei da parte di Hezbollah dal Libano e da gruppi houthi dalla piazza yemenita, già responsabili di attacchi contro navi commerciali durante lo scontro di giugno che durò dodici giorni.

Oltre all'asse militare, Washington punta il dito sulle minacce economiche. Il Dipartimento di Stato americano ha diffuso un comunicato sulla possibile vulnerabilità delle infrastrutture petrolifere statunitensi in Iraq. L'intelligence americana ritiene che organizzazioni terroristiche fedeli a Teheran potrebbero sferrare raid contro impianti di estrazione e distribuzione del greggio nel paese mesopotamico, creando un'ulteriore crisi energetica globale.

Il timore principale riguarda una strategia coordinata volta a destabilizzare l'economia mondiale attraverso le risorse energetiche. Una siffatta operazione metterebbe in ginocchio i mercati petroliferi internazionali e obbligherebbe le flotte commerciali a percorrere rotte alternative più lunghe e costose, aggravando ulteriormente le tensioni nel quadrante mediorientale.