Il caso che vede protagonista il procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri continua a sollevare interrogativi sulla relazione tra magistratura e stampa. Secondo quanto riferito da una giornalista del Foglio, il magistrato avrebbe paventato l'ipotesi di dover "fare i conti" a tempo debito attraverso una presunta "rete" da attivare. Lo stesso trattamento avrebbe riguardato Alessandro Sallusti, altro esponente del panorama giornalistico italiano, il quale ha personalmente documentato un incontro con il pm napoletano dove sarebbero emerse pressioni nei confronti del suo operato.
Sulla carta, la questione potrebbe essere liquidata come un episodio di contrapposizione tra istituzioni giudiziarie e media, un fenomeno non nuovo nel dibattito pubblico italiano. Tuttavia, ciò che genera effettivo disorientamento è l'assordante mancanza di prese di posizione da parte dell'area progressista del panorama politico. In numerose circostanze, la sinistra si è espressa con comunicati e dichiarazioni riguardanti l'importanza della libertà di stampa e dei diritti civili. L'atteggiamento sobrio mantenuto in questa vicenda risulta, per contrasto, particolarmente evidente e difficile da interpretare.
Occorre sottolineare una distinzione fondamentale: la critica dei politici verso articoli giornalistici o posizioni editoriali non costituisce una violazione della libertà di stampa. I giornalisti, per quanto possano ricoprire un ruolo di controllo sul potere, non sono al di sopra delle contestazioni pubbliche. Tuttavia, quando tali critiche provengono da chi detiene il potere coercitivo dello Stato, come nel caso di un magistrato, la questione assume connotati diversi e merita attenzione accresciuta.
L'assenza di reazioni significative da parte di chi tradizionalmente si erge a difensore dei diritti democratici rappresenta un vuoto difficile da giustificare. Un silenzio che, per molti osservatori, appare come una sorta di assenso mascherato o quanto meno come una scelta di prudente distacco rispetto a una materia evidentemente delicata. Questo atteggiamento contrasta marcatamente con l'attivismo usualmente dimostrato su altre questioni ritenute prioritarie dall'agenda progressista.