Lino Aldrovandi, già commissario della Polizia Locale e padre di Federico, ha annunciato la sua intenzione di votare contro il referendum sulla riforma della giustizia promossa dall'esecutivo Meloni. La sua scelta affonda le radici in una tragedia personale che ha segnato profondamente la sua vita: il 25 settembre 2005, suo figlio Federico, appena diciottenne, morì durante un controllo di polizia a Ferrara. A ucciderlo furono quattro agenti—Enzo Pontani, Luca Pollastri, Paolo Forlani e Monica Segatto—che furono in seguito condannati in definitiva per omicidio colposo con eccesso colposo nell'uso della legittima difesa. Tre ulteriori agenti ricevettero condanne nel processo successivo dedicato ai presunti insabbiamenti delle indagini.

La morte di Federico Aldrovandi rimane un caso emblematico di violenza durante un intervento di polizia. L'autopsia rivelò 54 lesioni e lividi sul corpo del ragazzo, mentre accanto a lui giacevano due manganelli spezzati a metà. Gli esami successivi stabilirono che la causa del decesso era un arresto cardiaco provocato dalla compressione toracica e dalle violenze subite. Per Aldrovandi, il percorso verso la giustizia fu lungo e complesso, con il rischio concreto che i responsabili potessero sfuggire alle conseguenze legali.

"Ho deciso di dire no anche per Federico, perché se la riforma fosse stata già operativa al momento della sua morte, difficilmente avremmo mai scoperto la verità"—ha dichiarato Aldrovandi. Secondo lui, il principale pericolo della riforma risiede nel ridimensionamento della separazione dei poteri. Attualmente, ha spiegato, la magistratura mantiene l'autonomia necessaria per indagare anche contro chi lavora per il governo, compresa la polizia che dipende dal Ministero dell'Interno. "Se questa divisione viene meno, i giudici troveranno sempre più difficile agire contro i collaboratori più stretti del potere politico"—ha proseguito.

Aldrova randi teme che la riforma comporti il rischio di assoggettare il pubblico ministero al controllo dell'esecutivo, trasformandolo in uno strumento meno imparziale e più subordinato. "Non si tratta di una presa di posizione partitica da parte mia. Non ho mai fatto politica e non la metto in mezzo alle mie valutazioni"—ha sottolineato. La sua motivazione rimane quella di proteggere i più vulnerabili, coloro che non hanno voce e potere, come i giovani esposti ai rischi di violenza istituzionale. "Spero sinceramente che altri genitori non debbano mai vivere quello che abbiamo vissuto noi, ma purtroppo il problema degli abusi sistemici esiste nella nostra società. Per questo motivo non posso che dire no, per Federico e per tutti coloro che, come lui, meritano una magistratura forte e indipendente"—ha concluso.