Milioni di lavoratori pubblici italiani continuano ad attendere, a volte per anni, il versamento della loro liquidazione di fine servizio. A differenza dei colleghi del settore privato, che ricevono il trattamento di fine rapporto il giorno stesso della pensione, i dipendenti statali devono fare i conti con il Tfs, un sistema di pagamento dilazionato nel tempo e senza interessi di rivalutazione. Una situazione che crea enormi difficoltà proprio nel momento più delicato della vita lavorativa: l'ingresso nella pensione.

La Corte Costituzionale aveva convocato un'udienza per il 5 marzo 2026, dopo che tre tribunali amministrativi regionali – quelli di Marche, Lazio e Friuli-Venezia Giulia – avevano sollevato il caso, ritenendo il sistema contrario ai principi fondamentali della Costituzione. L'attesa era considerevole: nel febbraio precedente, durante i dibattimenti, gli esperti ipotizzavano una pronuncia definitiva. Invece, con un'ordinanza sorprendente, la Corte ha deciso di rinviare il merito della questione all'udienza del 14 gennaio 2027. Dieci mesi di ulteriore attesa.

Non si tratta della prima volta che l'organo costituzionale affronta questo tema. Nel 2019, la sentenza numero 159 aveva già sollevato dubbi significativi sulla legittimità del meccanismo. Ma è la sentenza numero 130 del 2023 ad aver usato toni ancora più espliciti, definendo il differimento del Tfs una chiara violazione del principio costituzionale della giusta retribuzione. In quell'occasione, i giudici avevano inoltre sottolineato come la rateizzazione aggravasse ulteriormente l'ingiustizia, poiché questi soldi servono proprio a coprire le spese necessarie al passaggio verso la pensione. La Corte aveva conseguentemente invitato il Parlamento a intervenire legislativamente.

Ad oggi, a distanza di due anni da quella sentenza, il Parlamento non ha intrapreso azioni concrete per modificare il sistema. È probabile che questa inerzia abbia influito sulla decisione di rinvio, ma a giocare un ruolo decisivo sono stati soprattutto i dati presentati dall'Inps durante l'udienza di febbraio. L'istituto ha sottoposto alla Corte stime sull'impatto economico che deriverebbe da una dichiarazione immediata di incostituzionalità: un'ondata di richieste di pagamento accelerato avrebbe comportato una mole straordinaria di risorse pubbliche necessarie per fronteggiare il fabbisogno di cassa. Affrontare il problema oggi richiederebbe, insomma, uno sforzo di bilancio notevole.

Emerge così un paradosso singolare sul piano dei diritti costituzionali: una normativa che la stessa Corte ha riconosciuto come illegittima continua a rimanere in vigore e a produrre effetti sulle vite di milioni di cittadini, semplicemente perché eliminarla costerebbe troppo. La questione rimane dunque sospesa, in attesa di quella che potrebbe essere una nuova pronuncia tra oltre dieci mesi, mentre i dipendenti pubblici continuano ad alimentare l'incertezza sul quando potranno disporre effettivamente dei loro soldi.