La nuova Guida Suprema dell'Iran rappresenta uno dei grandi interrogativi geopolitici del momento. Mojtaba Hosseini Khamenei, 56 anni, figlio del defunto Ali Khamenei neutralizzato il primo giorno della Terza Guerra del Golfo, continua a rimanere largamente sconosciuto al grande pubblico, circondato da una fitta cortina di riservatezza. La sua ascesa al vertice dello Stato teocratico iraniano sarebbe stata orchestrata dalle fazioni più radicali dei Guardiani della Rivoluzione, suggerendo un possibile spostamento dell'asse di potere verso un modello più marcatamente militaresco.

Secondo quanto riferito da funzionari della Repubblica Islamica al New York Times, il nuovo leader avrebbe subito ferite alle gambe il 28 febbraio scorso, perdendo oltre al padre anche la madre, la moglie e uno dei suoi figli. Attualmente protetto in una struttura blindata con comunicazioni controllate, la sua assenza dai media ufficiali viene giustificata dalle autorità di Teheran con le sue condizioni di salute. Degno di nota è il fatto che lo stesso Ali Khamenei avrebbe manifestato riluttanza a trasferire il potere al figlio in una successione di tipo dinastico.

A gettare luce sul carattere del nuovo ayatollah interviene Jaber Rajabi, ex compagno di studi presso il seminario religioso di Qom, il più prestigioso centro di formazione teologica sciita. Attualmente in esilio negli Emirati Arabi Uniti dove vive sotto protezione locale dal 2021, Rajabi ha collaborato in passato come consulente di politica estera sotto la presidenza Ahmadinejad e come intermediario con le milizie filoiraniane in Iraq. In un'intervista al Jerusalem Post, Rajabi descrive Mojtaba come «infinitamente più pericoloso» del padre, sottolineando la sua propensione alla falsità e il scarso rispetto per la dignità umana.

Durante gli anni di formazione comune a Qom, Rajabi ha osservato in Khamenei un profondo dualismo caratteriale: pubblicamente deciso, internamente mosso da tutt'altre spinte. «Diceva certe cose», ricorda l'ex compagno, «ma dentro di sé covava qualcosa di completamente opposto». Ulteriori dichiarazioni rese a The Atlantic approfondiscono il profilo psicologico del nuovo leader, che Rajabi descrive come ossessionato da scenari apocalittici e da visioni escatologiche. Queste testimonianze, pur provenienti da una fonte che vive in esilio, alimentano le incertezze internazionali su quale corso prenderà la politica estera di Teheran sotto la sua guida.