Il dolore di una famiglia non guarisce con il passare degli anni. A distanza di quattordici anni dall'omicidio di Federica Mangiapelo, la giovane di sedici anni ritrovata senza vita sulle sponde del lago di Bracciano la mattina del primo novembre 2012, i genitori continuano a portare le cicatrici di quella tragedia. Ora, con la prospettiva che Marco Di Muro—il ragazzo condannato per il crimine—stia per lasciare il carcere grazie all'affidamento ai servizi sociali, quelle ferite si riaprono con violenza. La liberazione dovrebbe avvenire nel corso del prossimo giugno, dopo aver scontato la condanna definitiva a quattordici anni.
Rosella, la madre della vittima, ha espresso il suo dolore in un'intervista particolarmente toccante. "Non cerco di dimenticare mia figlia, ma il ricordo del processo mi ferisce ancora profondamente" racconta, spiegando come il solo parlarne, a più di un decennio di distanza, continui a provocarle sofferenza acuta. Quello che amplifica la frustrazione della famiglia è l'assenza totale di pentimento da parte di Di Muro: "Non si è mai scusato con noi in nessun modo" sottolinea Luigi Mangiapelo, il padre della ragazza, esprimendo forte amarezza per il beneficio penitenziario ottenuto dall'assassino della figlia.
L'avvocato della famiglia, Andrea Rossi, ricorda come la sentenza stessa fosse stata una mazzata emotiva. Nel 2016, la Corte d'Appello aveva ridotto la condanna da diciotto a quattordici anni, una decisione che la famiglia percepì come un'ingiustizia notevole, considerando la natura del crimine: un femminicidio conclamato. "In quel momento quattordici anni ci parve una pena insufficiente" commenta l'avvocato, evidenziando che all'epoca nemmeno la legislazione specifica sui femminicidi era stata ancora introdotta.
Nonostante il dolore che continua a lacerare il nucleo familiare, Rosella vede un aspetto positivo nelle conseguenze legali del loro calvario. La battaglia che la famiglia ha intrapreso dopo il processo ha contribuito a un cambiamento significativo nella procedura penale italiana. "Quando nel 2016 ho denunciato l'ingiustizia del rito abbreviato nei reati di omicidio, ho parlato con un deputato e credo che da quel colloquio sia iniziato un percorso che ha portato alla riforma" spiega la madre. Oggi, la normativa impedisce di ricorrere al rito abbreviato per i delitti puniti con l'ergastolo, una protezione che non esisteva al tempo della tragedia di Federica. "Almeno questo è cambiato, e rappresenta una piccola vittoria nel contesto di tanta sofferenza" conclude la donna.