Un'istituzione della preservazione videoludica digitale sta per scomparire. Myrient, uno degli archivi online più importanti al mondo per quanto riguarda la conservazione dei videogiochi di tutte le epoche, ha comunicato che chiuderà il prossimo 31 marzo. Il progetto, gestito da un amministratore conosciuto solo con il nome Alexey, contiene quasi quattrocento terabyte di giochi storici: dai primissimi cabinati delle sale giochi ai titoli leggendari come Super Mario, The Legend of Zelda, Final Fantasy, Metal Gear e Sonic. Un patrimonio che copre circa quarant'anni di storia videoludica e che rischia di andare perso.

La causa della chiusura è economica e diretta: il gestore sostiene di sostenere personalmente spese mensili che superano i seimila dollari per mantenere online i server e le infrastrutture necessarie. Le donazioni ricevute dalla comunità non sono sufficienti a coprire questi costi. Non si tratta di un crollo improvviso, ma di un'erosione progressiva della capacità di autofinanziamento di un progetto nato negli albori di internet, quando appassionati volontari si univano per salvaguardare contenuti digitali destinati a scomparire dal commercio.

Sulle piattaforme social è scoppiata l'indignazione e, prevedibilmente, è emersa una spiegazione semplice e rassicurante: la colpa sarebbe dell'intelligenza artificiale. Secondo questa narrazione, i massicci investimenti nei data center per l'AI starebbero facendo lievitare i costi hardware globali, rendendo impossibile per i progetti minori mantenersi in piedi. Una teoria che circola rapidamente perché offre un capro espiatorio unico e facilmente identificabile in un'epoca di panico tecnologico diffuso.

Ma l'analisi reale del fenomeno è più sfumata e meno confortante. Il vero problema non è tanto la competizione con i colossi dell'intelligenza artificiale, quanto piuttosto un'asimmetria strutturale del web contemporaneo: Myrient serve centinaia di migliaia di persone, eppure la stragrande maggioranza degli utenti non contribuisce economicamente al suo funzionamento. È un fallimento del modello di sostenibilità di progetti digitali pubblici che non hanno accesso ai finanziamenti di grandi corporation e che dipendono dalla generosità volontaria di una comunità. La difficoltà nel raccogliere fondi sufficienti rivela una questione più profonda sulla valorizzazione economica dei beni comuni digitali e sulla disponibilità collettiva a finanziare infrastrutture che diamo per scontate.

Il caso di Myrient non è isolato nel panorama dei servizi digitali non commerciali. Tanti altri archivi, piattaforme e progetti open-source affrontano sfide simili, trovandosi stretti tra una missione di preservazione culturale e l'impossibilità di trasformare il valore che generano in sostenibilità economica. La chiusura prevista per fine marzo non rappresenta dunque la sconfitta dell'intelligenza artificiale nei confronti della memoria storica del videogioco, ma piuttosto il sintomo di un'incapacità sistemica della società digitale di finanziare adeguatamente i progetti che ne sostengono il patrimonio culturale.