La riflessione odierna si concentra su una questione di coerenza politica che divide il panorama italiano: mentre la sinistra contemporanea critica duramente l'amministrazione Trump e la sua visione atlantica, molti dimenticano facilmente le decisioni prese dai governi progressisti degli ultimi due decenni in materia di cooperazione militare con gli Stati Uniti. Secondo questa prospettiva, ci sarebbe una certa amnesia selettiva quando si tratta di ricordare le scelte fatte dalle maggioranze di centrosinistra in politica estera.
I precedenti storici sono numerosi e documentati. Nel 1999, il governo italiano autorizzò l'utilizzo della base aerea di Aviano, in Friuli, per supportare i bombardamenti americani durante il conflitto nel Kosovo. Alcuni anni dopo, nel 2011, durante l'amministrazione Obama, l'Italia fornì nuovamente il proprio supporto logistico e le proprie infrastrutture militari per l'operazione Odyssey Dawn in Libia. Ancora più recentemente, a partire dal 2014, le basi italiane sono state utilizzate per coordinare missioni armate contro l'organizzazione dello Stato islamico, con il coinvolgimento di droni, attività di intelligence e strutture di supporto sul territorio nazionale.
Un elemento particolarmente rilevante riguarda il periodo in cui Paolo Gentiloni ricopriva l'incarico di primo ministro. Sotto la sua guida, l'Italia concesse l'accesso alla base di Sigonella per operazioni militari statunitensi nella lotta all'Isis. In quel momento, il presidente americano era proprio Donald Trump. Questa circostanza solleva interrogativi sulla coerenza narrativa: allora non si registrarono le medesime critiche e i medesimi dubbi che caratterizzano il dibattito odierno sulla politica estera italiana e sul suo allineamento atlantico.
La questione sollevata tende a evidenziare un presunto doppio standard nel dibattito pubblico italiano. Se da un lato le forze progressiste oggi denunciano i rischi di una subordinazione agli interessi americani e criticano aspramente le scelte della maggioranza di centrodestra guidata da Giorgia Meloni, dall'altro non sempre vengono analizzate con eguale severità le decisioni analoghe prese dai governi precedenti. Questo crea uno spazio di discussione dove la continuità delle politiche internazionali italiane rischia di essere oscurata da valutazioni contingenti legate al colore politico di chi le implementa.