Continua a dividere l'Italia la canzone "Per sempre sì" con cui Sal Da Vinci ha conquistato il Festival di Sanremo 2026. Se da un lato numerosi movimenti femministi l'hanno tacciata di essere un vero e proprio manifesto patriarcale, talvolta associandola a dinamiche di amore tossico e potenziale violenza di genere, dall'altro lato emergono voci che contestano questa lettura critica. Tra queste quella di Barbara Alberti, scrittrice e giornalista che negli ultimi giorni ha preso posizione in difesa del brano durante diverse apparizioni televisive.
Alla trasmissione "Vita in diretta" su Rai 1, condotta da Alberto Matano, Alberti ha sviluppato una riflessione più ampia sulla questione. La sua argomentazione parte da una prospettiva storica: le generazioni precedenti hanno combattuto per conquistare la libertà di espressione, non per limitarla selettivamente. Secondo la giornalista, pretendere di censurare una canzone significherebbe tradire quegli ideali originari. "Se il femminismo porta a questi risultati, allora forse il sistema precedente era migliore", ha affermato provocatoriamente, denunciando quello che a suo giudizio è diventato un eccesso di moralismo nella vita pubblica italiana.
Nelle successive dichiarazioni rilasciate il 9 e l'11 marzo, Alberti ha continuato a ribadire la sua posizione con toni sempre più critici. Ha definito "Per sempre sì" una "canzonaccia" sotto il profilo musicale, riconoscendone tuttavia una certa vitalità e una qualità cantabile che la rendono gradevole all'ascolto. Quello che più la disturba, però, è il clima generale: "Siamo diventati tutti pubblici ministeri, trasformando la sfera pubblica in un tribunale permanente dove ogni opera viene sottoposta a giudizio morale". Per Alberti, il fatto stesso di poter ancora discutere di questi argomenti rappresenta un privilegio di cui molti cittadini non dispongono.
Sempre a proposito del brano in questione, la scrittrice ha voluto chiarire ulteriormente il suo pensiero con dichiarazioni successive. Ha qualificato la "battaglia" delle femministe contro la canzone come "stupida" e sintomatica di un atteggiamento che lei giudica reazionario, non progressista. Ha inoltre sottolineato come Sanremo non sia una piattaforma destinata a proclami politici, ma un festival musicale dove gli artisti esercitano il loro diritto di raccontare storie e sentimenti secondo la propria sensibilità. Il brano di Sal Da Vinci, nella sua interpretazione, rappresenterebbe semplicemente una visione tradizionale dell'amore romantico, tematica ricorrente nella storia della musica italiana.
La vicenda riflette un dibattito più ampio che coinvolge la cultura contemporanea italiana: fino a che punto la critica sociale e il senso civico devono guidare la valutazione delle opere artistiche? E dove tracciare il confine tra libertà di espressione e responsabilità nel veicolare messaggi potenzialmente problematici? Mentre il festival ha ormai concluso i suoi lavori e il vincitore è stato proclamato, le polemiche continuano ad alimentare discussioni sui principali canali televisivi del paese, coinvolgendo intellettuali, ospiti e pubblico da casa.