Antonio Scalavino, lettore della testata, si presenta come un elettore conservatore mediamente informato e convinto sostenitore della riforma costituzionale per la separazione delle carriere giudiziarie. Ha votato per Giorgia Meloni alle scorse elezioni e, pur con qualche riserva rispetto alle promesse non mantenute in campagna elettorale (dalle tasse sulle banche alle accise sui carburanti), continua a riporre fiducia nell'esecutivo e nella sua agenda di giustizia.

L'autore sostiene che con la riforma finalmente i cittadini onesti, come la deputata Daniela Santanchè, non sarebbero più vittima di magistrati schierati. Auspicava che l'approvazione del Sì al referendum avrebbe accelerato i processi e frenato quei giudici che, a suo dire, si assolvono reciprocamente nel 55 per cento dei casi. Tuttavia, Scalavino rileva una serie di incongruenze nelle comunicazioni pubbliche dei vertici di governo che lo turbano profondamente.

Il punto cruciale riguarda le affermazioni di esponenti dell'esecutivo circa le conseguenze della riforma. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio e la ministra Giulia Bongiorno hanno sostenuto che la riforma non influenzerebbe i tempi dei processi, contraddicendo così quella che Scalavino riteneva una delle principali motivazioni della sua approvazione. Parallelamente, il vicepremier Antonio Tajani ha affermato che, in caso di vittoria del referendum, sarà necessario togliere il controllo della polizia giudiziaria ai pubblici ministeri, mentre la premier Meloni ha dichiarato che governo e magistratura non remano dalla stessa parte.

Queste affermazioni, secondo l'autore, smentiscono la narrativa ufficiale secondo cui la riforma non mirerebbe a sottomettere i magistrati. Scalavino sottolinea inoltre come Nordio chieda retoricamente "chi controlla i magistrati", quando la Costituzione stabilisce che "i magistrati sono soggetti soltanto alla legge", prodotta dal Parlamento. L'aver letto personalmente il testo della riforma senza trovare espliciti riferimenti al controllo esecutivo, unite a queste dichiarazioni pubbliche contraddittorie, lo hanno indotto a riconsiderare il voto.

L'articolo rappresenta una testimonianza di un elettore conservatore colto che, pur mantendo fiducia nel governo, avverte le crepe in una narrazione che sembra non reggere sotto scrutinio. Le sue perplessità, esplicitate con autoironia e onestà intellettuale, riflettono un dibattito più ampio sulla natura reale e sugli effetti concreti della riforma costituzionale in discussione nel Paese.