Andrea Delmastro Delle Vedove, sottosegretario alla Giustizia in quota Fratelli d'Italia, ha utilizzato il celebre caso Garlasco come argomento a favore della riforma sulla separazione delle carriere magistratiche. Durante un evento organizzato da FdI a sostegno del prossimo referendum presso il teatro Franco Parenti di Milano, ha affermato che l'abolizione della "colleganza estrema" tra chi accusa e chi giudica porterebbe quella "terzietà" attualmente assente nel sistema.
Tuttavia, l'utilizzo del caso Garlasco per supportare questa tesi appare quantomeno problematico. Il celebre processo, che ha visto oscillazioni giudiziarie significative, rappresenta infatti uno scenario dove la separazione delle carriere non avrebbe probabilmente mutato gli esiti. In primo grado, l'imputato è stato assolto; nei gradi successivi della stessa procedura, la sentenza si è rovesciata in condanna. Ancora più emblematico è il fatto che i pm della procura di Pavia hanno di recente aperto un nuovo fascicolo che contraddice palesemente le conclusioni dei colleghi che hanno condotto l'inchiesta iniziale.
Quando il contrasto è stato sollevato, Delmastro ha precisato la sua posizione, sostenendo che "ogni procedimento potrebbe trovare un nuovo equilibrio qualora esistesse vera parità processuale tra la parte accusatoria e la difesa". Una spiegazione che, però, non risolve il paradosso di base: nel caso Garlasco, il vero problema sembra essere meno la struttura organizzativa della magistratura e più la difficoltà intrinseca nel ricostruire i fatti di una vicenda criminale.
La scelta di Garlasco come caso emblematico per giustificare la riforma solleva dubbi sulla coerenza argomentativa della difesa della separazione delle carriere. Gli elementi di criticità emersi da quel processo rimandano piuttosto a questioni di merito investigativo e valutazione probatoria, piuttosto che all'assenza di una barriera formale tra accusatori e giudicanti.