La situazione interna dell'Iran presenta uno scenario di stabilità coatta che caratterizza il regime degli ayatollah. A dispetto delle tensioni geopolitiche regionali e internazionali, non emergono segnali concreti di un movimento rivoluzionario capace di minacciare seriamente le fondamenta del potere centrale. La popolazione appare paralizzata da una combinazione di esaurimento fisico e psicologico, effetto diretto dei bombardamenti continui e di una repressione che tocca livelli di ferocia raramente documentati.
L'apparato repressivo del regime ha sviluppato una rete capillare di milizie e forze di sicurezza che saturano il territorio nazionale. Questa presenza massiccia crea un effetto deterrente considerevole sui potenziali oppositori, che si trovano di fronte a rischi concreti e immediati. Il controllo capillare delle piazze e dei centri urbani riduce drasticamente gli spazi per organizzazione e protesta. Gli attivisti riferiscono di un clima di sfiducia generalizzato, dove anche chi potrebbe condividere critiche al sistema preferisce il silenzio per tutelare la propria incolumità e quella dei familiari.
L'amministrazione americana osserva con preoccupazione questo quadro, consapevole che l'assenza di un fronte interno oppositore riduce le possibilità di intervento indiretto. Washington ha rivolto lo sguardo verso le minoranze curde, considerandole potenziali alleati capaci di esercitare pressione dal territorio. Tuttavia, questa strategia si scontra con ostacoli significativi: il rapporto di fiducia tra Washington e le comunità curde rimane fragile, segnato da promesse disattese e da una storia di rivalità negli ultimi decenni.
La dinamica attuale suggerisce che il regime iraniano, almeno nel breve termine, non affronta rischi immediatamente critici dal fronte interno. La popolazione esausta non possiede al momento né la volontà organizzata né le condizioni materiali per promuovere un cambio di governo. Questo equilibrio precario, benché stabile oggi, potrebbe rivelarsi fragile dinanzi a ulteriori shock economici o militari, ma allo stato presente la continuità dell'ordine costituito sembra più probabile di scenari alternativi.