Arriva oggi nei cinema italiani fino al 18 marzo 'It's never over, Jeff Buckley', il documentario diretto da Amy J. Berg dedicato alla figura della rockstar statunitense Jeff Buckley. Un'opera che si rivolge sia a chi ha vissuto gli anni Novanta e ricorda il suo improvviso decesso, sia alle generazioni più giovani che non hanno avuto la possibilità di scoprire direttamente il suo genio artistico. Il film affronta la vicenda con serietà e sensibilità, offrendo ai contemporanei la chance di comprendere quanto potrebbe aver significato per il panorama musicale moderno la prosecuzione della sua carriera.
Figlio d'arte del leggendario Tim Buckley, icona della scena rock anni Settanta, Jeff ha dovuto affrontare fin da giovane il peso di un'eredità difficile. Con il padre non ebbe un rapporto significativo: Tim abbandonò la famiglia prima della sua nascita, e gli incontri tra i due rimasero rari e frammentari. Questo trauma di infanzia avrebbe profondamente segnato la sua sensibilità artistica e il suo equilibrio emotivo, ma dalla sofferenza derivata scaturì un capolavoro assoluto: l'album 'Grace', pubblicato nel 1994. Dieci tracce di straordinaria qualità, tra cui tre cover memorabili, compresa l'indimenticabile versione di 'Hallelujah' di Leonard Cohen.
Malgrado il disco non riscuotesse particolare successo nei circuiti radiofonici dell'epoca, specialmente negli Stati Uniti, il suo valore artistico venne progressivamente riconosciuto fino a diventare un'opera di culto. Personalità del calibro di David Bowie consideravano 'Grace' uno dei capolavori della discografia contemporanea. La cristallizzazione di questa leggenda è stata facilitata da un elemento tragico: 'Grace' rimane l'unico lavoro completo che Buckley ha lasciato al mondo prima della sua morte avvenuta annegato nel 1997, all'età di trent'anni, in circostanze che il documentario chiarisce essere più sfortunate che misteriose.
La brevità della sua parabola artistica pone un interrogativo affascinante e tormentoso: cosa avrebbe potuto diventare se avesse avuto più tempo? Avrebbe mantenuto questa aura mitica o sarebbe sceso nel novero dei musicisti ordinari? La depressione che lo tormentava si sarebbe intensificata con il passar degli anni? Buckley è stata una cometa nel firmamento musicale, apparizione luminosa ma effimera, che ha brillato intensamente per soli ventiquattro mesi. In questo breve intervallo ha già sofferto profondamente, ha toccato vette artistiche raramente raggiunte, e ha consegnato al pubblico un'eredità indelebile. La tragedia della sua scomparsa ha preservato intatto il mito, trasformandolo in una delle più grandi occasioni mancate della musica mondiale: un artista che aveva ancora montagne da scalare quando il sipario calò definitivamente.