Carlo Nordio, ministro della Giustizia, non arretra di fronte alle critiche mosse contro il pacchetto di riforme che porta il suo nome. Intervistato in queste ore, torna a difendere il suo operato e le scelte del governo, rispondendo punto per punto alle obiezioni sollevate durante una campagna referendaria che, a suo dire, ha toccato toni verbali mai visti prima.

Il ministro non minimizza gli attacchi ricevuti. Sabato scorso, durante un corteo di protesta, la sua foto e quella della presidente del Consiglio Giorgia Meloni sono state bruciate in piazza. Nordio riconosce il clima di tensione, pur esprimendo soddisfazione per la solidarietà arrivata da parte del presidente dell'Associazione nazionale magistrati e del capo dello stesso organismo. Tuttavia, sottolinea come la campagna contro il governo abbia raggiunto livelli di violenza verbale «inauditi», con accuse che vanno da quella di eversione sino a qualifiche più dure come fascisti e piduisti. A proposito di queste ultime critiche, Nordio evoca il periodo delle Brigate Rosse, un fenomeno che ha personalmente indagato e che, a suo avviso, era stato sottovalutato dalla sinistra dell'epoca.

Sulla natura della riforma, Nordio chiarisce un punto che ritiene centrale al dibattito: il governo non intende indebolire l'indipendenza della magistratura dalle istituzioni politiche, che rimarrà «sempre» garantita. Il vero bersaglio della riforma è diverso. Secondo il ministro, la magistratura soffre di un'indipendenza interna compromessa dagli intrecci tra le correnti interne, le cosiddette «fazioni» organizzate. Queste dinamiche, sostiene, impediscono a tanti magistrati capaci di ricoprire ruoli direttivi, bloccando energie e competenze semplicemente perché prive di agganci correntizie.

Nordio affronta anche il tema della carriera magistratuale. Pur riconoscendo che i magistrati che ricoprono posizioni apicali sono generalmente idonei, lamenta come la stragrande maggioranza di loro risulti iscritta ai «partitini interni» della magistratura, limitando di fatto la concorrenza effettiva per gli incarichi più importanti. Secondo il ministro, ci sono colleghi spesso superiori per capacità che non hanno alcuna reale opportunità di avanzamento professionale.

Riguardo ai motivi specifici per votare sì al referendum, Nordio sottolinea due punti essenziali: una maggiore equità nel funzionamento della giustizia, eliminando la situazione attuale in cui il pubblico ministero (la parte accusatrice) debba valutare anche le competenze del giudice, e un miglioramento dell'efficienza attraverso una magistratura maggiormente responsabile delle proprie azioni. L'obiettivo dichiarato è dunque una giustizia più imparziale e più efficace, priva degli ostacoli creati dalle dinamiche correntizie interne.